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wall
di Arianna Guzzini

Il gioco dei ruoli dell’umano impone l’erigersi ed il crollo di mura. L’io è limite a se stesso che sconfina nell’immaginazione, realtà interiore, abisso di un cosmo unico e sempre differente. Eppure è necessità fuoriuscire dalle proprie pareti, poiché il corpo si fa tramite di un bisogno ancor più necessario del sé: l’altro. Un ulteriore muro da abbattere o entro cui trovare luogo di rassicurazione.
Esistono muri e divisioni differenti, così come testimoniano le silenziose stanze della Galleria Galeotti di Macerata, ospitando fino al 29 settembre la mostra d’arte contemporanea, curata dall’Adam Accademia, “Muri e Divisioni”. Si tratta di una collettiva d’arte che riprende come tema principale quello della 49esima stagione lirica dello Sferisterio di Macerata e viene inserita all’interno del Festival Off. Un percorso di pittura, fotografia ed istallazioni, la cui fruizione viene arricchita dall’esperienza della realtà aumentata, che rende le opere interattive attraverso un’applicazione gratuita su di un dispositivo mobile ideata e curata da Giuliana Guazzaroni e Mirco Compagno.
Ciascun opera prende in considerazione il tema proposto da angolazioni diverse: intimistiche, politiche o addirittura mistiche. Difficile è reperire una definizione universale di mura. Esse possono essere semplicemente quelle private della casa, in cui la libertà del singolo può essere sconfinata, poiché al riparo da sguardi indiscreti. In tre fotografie di ritratti, una donna si mostra con acuta ironia: diviene quadro, poi scultura classica, finendo col pranzare priva di abiti con un piatto pieno zeppo di pillole e pasticche. Non c’è nulla di bizzarro, nulla di sconcertante quando non si ha la necessità di esporsi al giudizio. Nel momento in cui entra nel gioco l’elemento esterno dell’altro bisogna anche sapersi nascondere e chi non vi riesce rischia l’esilio, così come accade per l’autoritratto “Il ragazzo dalla testa di casetta per uccelli esiliato su una nuvola rosa” di Hernàn Chavar. Un albatros visionario dai colori acidi, impotente al mondo esterno, eppur estremamente libero nell’infinità dell’io. Sono rari i rapporti che posseggono infatti un’effettiva naturalezza, quelli entro cui il rispetto dell’altro non implica necessariamente un eccessivo svilimento di se o privazioni forzate. È questo il caso di “Love is not a concept” di Emilio Antinori. Una tavola di legno lasciata in uno stato di progressiva putrefazione per un anno, a cui è stata applicata una spinta che avrebbe dovuto separarne i due lembi opposti. Nonostante ciò il risultato ottenuto è tutt’altro che una divisione: i due lembi si sono al contrario disposti l’uno sull’altro in un’unione di bacio idilliaco. Come in un famoso frammento del “Cafè Müller” di Pina Baush, l’abbraccio dei due amanti è posa naturale e sistematica, e quando forzosamente un terzo elemento esterno tenta di mutare tale posizione, essa ritorna magneticamente alla stretta iniziale. Frontalmente ai due innamorati si erge minaccioso “Il Palazzo” di Tomas, colossale decoupage su tavola lignea. Nel cupo e caotico palazzo il re non riesce a dormire sonni tranquilli: il tumulto esterno è in agguato e prima o poi dovrà rassegnarsi alle conseguenze delle sue decisioni errate. Se in principe Prospero non poté dimenticarsi della Morte Rossa festeggiando in maschera, nessun potente potrà mai nascondersi da ciò che accade al di fuori delle mura del castello. Dall’onirica visione di Tomas, l’occhio scivola verso il quadro “Tristezza” di Simona Breccia. Lo sguardo melanconico di un vecchio incrocia inevitabilmente chiunque gli passa accanto. Un volto plasmato dall’intenso gioco fra luci ed ombre, dove il muro coincide esattamente con quel cupo sguardo: ci si chiede quale sia l’identità dell’anziano che ci osserva, ma inevitabilmente la ricerca ricade su quale sia la nostra, sul motivo per il quale stranamente esiste una comunanza fra un soggetto sconosciuto che mai conosceremo e noi. Accanto una porta inquietante: quella di Sara Perugini. Foto digitale stampata in grandezza naturale, così da esser percepita reale. Fra le crepe del legno umido e scheggiato appare un occhio, che da molto ci osserva, scruta i nostri movimenti, già ci conosce, ripieno dei suoi pregiudizi. Stona all’interno di questa collettiva il quadro “San Giorgio vs il dragone” del vicentino Dorian X, in cui il santo diviene un motociclista in abiti sadomaso che, guidando un popolo alla ricerca delle sue libertà, si lancia contro un dragone fallico in abiti papali, che ha alle spalle esponenti ipocriti di una vecchia generazione. Ostentando uno stile forzatamente dissacratorio, trash , vorrebbe innestare una ribellione contro vecchi stereotipi di una società che ormai non ci appartiene più e, al di là nostro tempo contemporaneo, s’incontrano ancora nazisti in divisa, contabili e borghesi dei primi del Novecento, preti in atteggiamenti furbeschi e danarosi. Si passa poi ad un singolare ritratto di “Gustavo Rol” di Marco Pizzuti. Un caos in perfetto ordine, folli linee di arabeschi che circondano il volto del mistico e che ad uno sguardo attento si svelano simboli, aperto confine con l’aldilà e col divino. Segue “Proxy”, complessa istallazione di Ilaria Beretta, incentrata sulla figura della donna, il suo ruolo decisivo nel tempo e nelle molteplici diverse società. Il perimetro disegnato a terra del Mar Rosso, s’intreccia con quello della grotta Des Rideaux di Francia, in cui vennero ritrovate alte statue della Grande Madre. A delineare i confini della grotta sono proprio delle riproduzioni in marmo di questi reperti. Alla dea madre altre linee s’incatenano attorno: sono quelle nostre donne, contemporanee in rivolta, elementi chiave di rivoluzioni come quella di Tunisi e altre ancora, presenti attraverso fotografie che poggiano protette ai piedi delle statue. Sotto questo universale simbolo l’emancipazione abbatte ogni muro.