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di Eleonora Tamburrini

Da qualche giorno mi aggiro per le sale di Palazzo Buonaccorsi che ospitano fino al 22 settembre la mostra antologica di Nino Ricci, Le metamorfosi della geometria, a cura di Giuseppe Appella. Sarà che il portone mi sorprende sempre di fretta e in salita, e mi attira irrimediabilmente. Sarà per l’importanza di una mostra interamente dedicata a una figura rilevante sul panorama artistico nazionale e non solo, e al contempo così strettamente legata alla città da rendere centrale un discorso su Macerata, i suoi abitanti e i suoi amministratori. Sarà perché un’accoglienza entusiasta meritano questi eventi prestigiosi, e di tanti altri si sente il bisogno, tanti quanti sono gli artisti che hanno reso e rendono illustre la città o ne hanno fatto il loro luogo d’elezione, spesso nell’indifferenza generale, “ché tanto a Macerata non c’è niente e non succede mai niente”. Sarà che l’arte, e quella di Nino Ricci senza dubbio, richiede tempo, dedizione e una ripetuta somministrazione allo sguardo: nulla che si consumi in fretta o che distragga, e spiace per chi non si stanca di chiedere alla cultura di essere l’opposto di ciò che è, intrattenimento, diversivo, il fiore dondolante all’occhiello di una giacca rigorosamente estiva. Spiace davvero, ma tant’è. Succede insomma che ogni volta che mi trovo di strada finisco per entrare e sono già alla terza visita nel giorno in cui l’artista è presente (mercoledì 31 luglio), assieme al direttore dello Sferisterio Francesco Micheli, per un percorso del tutto speciale all’interno dell’esposizione che ripercorre oltre cinquant’anni di carriera.
Negli altri passaggi l’indolenza mi aveva costretto a un’oscillazione dentro e fuori la fuga di porte, a sgomitolare l’anello di stanze e riavvolgerlo, deviare nella sala dell’Eneide, lasciarla rimbombare e riprendere il giro. Ritornare indietro vuol dire percorrere il corridoio in cui le grandi finestre a riquadri fanno campitura di una campagna dolce e irriducibile. Ritornare tra le opere di Ricci vuol dire anche ritrovarsi in un altro paesaggio, supremo e rastremato, eppure non disgiunto, e in questo suo legame così sfuggente da costringermi a tornare.
La presenza di Nino Ricci, sguardo azzurro e accogliente, una generosa ritrosia nell’esporsi, fornisce le linee per la ricerca di un punto di fuga, un centro tra i tanti in cui si annoda il passo in queste stanze: affiorano i racconti della Macerata anni trenta, immagini di suore giuseppine sventolanti fazzoletti per il duce, i giochi nei vicoli e i ritorni, la salmodia dei bollettini; e l’indistricabile teoria degli incontri artistici e umani con il tessuto vivissimo degli anni a seguire, fra Peschi, Tulli, Farabollini, Belli, Melotti e primo fra tutti Osvaldo Licini. E poi i viaggi, gli anni romani degli studi di scenografia, gli slanci e le fughe di un artista saldamente maceratese.
È quasi un’epifania, per Ricci e per noi che ne ascoltiamo il racconto, la visita al cimitero ebraico di Praga assieme a Giancarlo Liuti, che pure ne parla nel bel saggio che introduce al catalogo della mostra. Si era trattato allora – siamo nel 1986 – di una visione per gradi: il cimitero, creduto chiuso, era stato cercato ostinatamente e catturato da uno scorcio di finestre dal Museo delle porcellane, ritaglio di un paesaggio a sua volta infranto; poi, trovatolo aperto, Ricci aveva potuto percorrerlo e sorprendersi con l’amico della sconvolgente familiarità di quelle forme: cippi, superfetazioni del terreno, escrescenze quasi sorte da un indicibile altrove, quello che già da anni lui stesso cercava nella sua pittura. Così appaiono sotto un’altra luce le opere che abbiamo intorno – quelle dagli anni ottanta ad oggi – e ci muoviamo incerti, sopravvissuti minori nel cimitero di Praga, fra volumi assottigliati in sagome bidimensionali, lapidi potenziali o trascorse, smerlate negli orli come carta, o carta esse stesse nel tremolio di un acquerello su fogli Fabriano.
Anche di fronte alle opere degli anni sessanta e settanta la sensazione è spesso quella di una perfezione che non inganna fino in fondo, anzi vuole mostrare il rovescio dell’occhio e di quella geometria che pure si impone. Le cromie tenui e levigate, i poliedri esatti, sono ipnotici eppure precari, quasi la riscrittura ipotetica dell’ordine zenitale di Piero della Francesca. Penso ai rombi su temerarie campiture di giallo o alle molte lettere di un alfabeto disperso: ad esempio le grandi “L” di N244 del 1975 vorrebbero richiudersi sul fondo ottanio, ma a guardarle bene sembrano condannate a un morso impossibile, come se la simmetria della misura non bastasse a una prospettiva credibile e fosse messa in scacco dal colore. E tutto è infatti nel colore e nei rapporti che Ricci costruisce rendendolo un ingovernabile fingitore; così ci sorprende la linea rossa che cova come brace nella rarefazione dei grigi, o la piega inesprimibile di una sagoma che possiamo supporre concava o convessa. Non consente altrettanto la scultura, ammonisce lo stesso Ricci, che invece è più severa e costringe a conoscere d’anticipo e senza ambiguità le intenzioni di angoli e giunture.
La pittura invece, decisamente prevalente in mostra e nell’intera produzione dell’artista, riconsegna un lessico dell’indicibile, e dunque della ripetizione, un universo di varianti su temi scelti: come nella tragedia greca i mostri sono sciolti e ricomposti in forma assoluta, come in Licini il colore si fa sentimento e geometria “più interessante di quella espressa dalla faccia dell’uomo”.
Questa non è metafisica, lo dice bene Paola Ballesi nel suo saggio e lo riassume in uno sguardo Nino Ricci sottraendosi alla fatidica domanda che una signora dal pubblico ha trattenuto a lungo e infine osato. Qui non si crea un linguaggio altro, autoriferito, non si esplorano pianeti allucinati; qui al contrario uno spirito marziano guarda alla terra (come Klee, più che Morandi) e la ritrae. Cosa vede? Qualcosa di simile a quanto ho appena visto anch’io guardando fuori, la bellezza rassicurante dei panorami che appartengono a chi abita da queste parti: N1116 del 2006 e N950 Dal libro di casa del 2001 non sono altro che finestre, le visioni usate di un affaccio restituite in una mezza luce che non taglia e non riduce, ma carica di segreti i muri dei vicini, il rampicante, le colline. Mi viene in mente Ad Parnassum di Klee, con la casa e quelle tessere imbevute di una luce tanto simile a questa presente, che tenera e dorata investe la città in quest’ora e in questa stagione, e ritorna astratta anche in alcune delle tele che ho davanti. E suppongo pure di sentir scorrere nella casa l’“acqua domestica” di De Signoribus, con le sue “interne maree e alluvioni” a disperdere i confini tra la parola e il gesto pittorico fino alla simbiosi del bel libro d’arte a firma dei due artisti marchigiani. La poesia come la geometria di Ricci insegue l’assoluto della forma, ma il punto di fuga è spesso inafferrabile e l’equilibrio resta un enigma provvisorio, la condanna (o la missione) di una ricerca perpetua, la coazione a ripetere.
Così anche il pubblico, sulle prime seduto come in un salotto bene, un po’ garrulo e felice di esserci per il solo fatto di esserci, gradualmente si trasforma in un drappello silenzioso e si accorda al ritmo dell’artista che si alza e vaga tra le opere di una vita. Qualcuno sembra contrappuntare questo incedere schivo, c’è chi si ferma e ficca gli occhi in una tela, come inghiottito da un’ostensione che mostra il fondo, da una visione astratta che nel retro cova la rivelazione. “È poca cosa, è un lavoro di pazienza. Nulla di eroico, insomma” dice Ricci continuando a camminare, e non so dire se si spieghi o si schermisca per gli abissi che ci lascia intravedere.

(Una foto della mostra a Palazzo Buonaccorsi)