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OOOO-CIVITANOVA-6

di Ilaria Piampiani

Se dovessi scegliere un colore al quale affidare l’idea di separazione, questo sarebbe senza ombra di dubbio il nero. Il nero, proprio così, il colore del lutto, della morte, della scissione estrema.
La vita è un percorso fitto di separazioni, brevi o lunghe che siano: ci separiamo, con sollievo o sofferenza, da un luogo, da un amico, da una madre o da un padre, da una persona amata.

Proprio il nero è il colore predominante sul palcoscenico del Teatro Annibal Caro, spalancato e in attesa del suo pubblico, privo di sipario, così esposto e aperto quasi a voler anticipare la completa mancanza d’inibizioni dello spettacolo che chiude l’instancabile maratona di Civitanova Danza 2.0 del 3 Agosto. OOOOOOOO: una vocale ripetuta per ben otto volte, un titolo buffo quanto curioso che si lascia interpretare, che si lascia prendere in giro. Questa è la nuova creatura di Giulio D’Anna, giovane coreografo, dal sangue italo-olandese, sperimentatore appassionato della danza contemporanea, precocemente apprezzato in tutta Europa, da Utrecht a Brighton, da Maastricht ad Amsterdam.

OOOOOOOO non è solamente balletto contemporaneo e danza, bensì una sorta di musical post-moderno, fatto dunque non solo di movimento ma anche di delicato canto e musica. Quello proposto da Giulio D’Anna è uno specchio della situazione sentimentale dei giovani adulti in Europa, un racconto estremamente sincero delle relazioni interrotte, il desiderio, e forse ancor più, la necessità di condividerne le sofferenze, i ricordi, le emozioni.
Non a caso ovviamente The Museum of Broken Relationship (Il Museo delle Relazioni Interrotte) di Zagabria si configura come la primaria fonte d’ispirazione per il coreografo che ne ha raccolto le suggestioni e, soprattutto, il profondo significato della delusione provocata dalla separazione e dal distacco.
D’Anna ci descrive il museo come un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato: il visitatore si muove in un percorso fatto di piccoli oggetti estranei alla propria quotidianità quanto simboli imbevuti di sofferenza nella vita altrui, testimoni concreti di un fallimento amoroso. Esso si fonda e si ispira al dolore, lo stesso che i due fondatori, artisti in un primo momento legati da un sentimento poi svanito, hanno voluto convogliare tra le silenziose stanze che lo compongono. Ancor più del dolore, però, vi si respira un senso di appartenenza, di unione, una “simpatia” che si afferma e si conferma, che si configura come legame sottile tra gli oggetti sparsi e tra coloro che li hanno lasciati come memento.
Partendo da ciò, dunque, il coreografo si è posto alcune domande fondamentali: può il contributo di dolore ispirare qualcun altro? Può la sofferenza affievolirsi attraverso la condivisione, il racconto reciproco?
A questi interrogativi vuole rispondere OOOOOOOO, una rappresentazione teatrale che non manca di nulla, un intenso album di storie vere che si uniscono e sovrappongono, sfidando il senso comune del sociale, i limiti che esso impone sotto le mentite spoglie di un pudore troppo spesso confuso e malleabile a seconda delle situazioni. Tutto prende inizio dalla celata e archetipica volontà di ogni essere umano di “denudarsi”, di spogliarsi delle apparenze per mostrarsi nella più sfacciata sincerità delle proprie emozioni, che siano gioie e dolori.
Questa libertà è stata afferrata e messa in scena attraverso gli otto attori-ballerini-cantanti del cast, donne e uomini, dai venti ai ventinove anni, provenienti da diverse parti d’Europa, nonché dall’Australia, accomunati dall’amore per la danza e dall’esperienza di storie sbagliate, finite. Il linguaggio, ricercato e venuto fuori, è quello universale della bellezza, una comunicazione che si è nutrita grazie alla ricchezza prodotta dalle divergenze e dal bisogno di superarle.

Ci troviamo davanti a otto vite differenti, otto artisti colti nelle loro fragilità, otto vicende accomunate dalla volontà di dimenticare una rottura che ha lasciato un segno decisivo. Ognuno di loro ci racconta la propria storia, senza alcuna inibizione, superando la vergogna e l’imbarazzo, chiedendo solo di essere ascoltato e compreso. Rimaniamo, noi spettatori, inevitabilmente colpiti da tanta apertura, da tanta schiettezza, consapevoli che quella narrata è anche la nostra storia, che la sofferenza esposta la stessa che almeno una volta abbiamo provato. Siamo lì ad osservare la nostra stessa proiezione su d un palcoscenico scuro e quelli che riaffiorano sono i nostri ricordi che si accavallano ai loro.
La catarsi prende avvio, l’emozione ci sussurra all’orecchio, la maschera cade miseramente.
All’improvviso ognuno si sente protagonista, tutti ci sentiamo attori di uno spettacolo che si vuole fare generoso dono all’uomo, un invito a fermarsi e ad accettare fallimenti, ricordi e separazioni.

Usciamo dal teatro con qualcosa in più, contenti per aver speso bene i soldi e dimenticandoci di esserci indispettiti per l’abbondante ora di ritardo. Conserviamo la speranza di poter essere anche noi stessi un po’ più liberi, più disinibiti nel mostrare le nostre emozioni, più autentici e spontanei in una realtà in cui persino la comunicazione più banale diviene una fatica insormontabile. A fine serara scorriamo con il ricordo le persone che abbiamo perso per un amore che non ha retto, immaginiamo di frugare nello scatolone polveroso sotto il letto pieno di foto e pensieri, lo richiudiamo e ci riappropriamo della nostra quotidanità, magari guardando alle emozioni future e sospirando un classico “dopotutto domani è un altro giorno!”.