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arpa galli

di Camilla Domenella

L’assedio durava ormai da sette settimane. Ci rifugiammo qui, entro le mura di Alesia, convinti inizialmente di poter ripetere la vittoria che avevamo ottenuto a Gergovia. Ma Cesare, stavolta, si stava dimostrando abile. Le fortificazioni romane giravano tutto intorno alla città e ci stringevano a più livelli. Alla circonvallazione, che isolava noi Galli arroccati ad Alesia, vedemmo aggiungersi la contravvallazione, che difendeva le legioni romane dagli attacchi esterni dei nostri alleati. Durante quelle sette settimane, non ci fu alba in cui, col sole, non vedessimo sorgere anche una nuova torre di guardia, un nuovo fortino; non ci fu tramonto in cui non vedessimo il sole calare in nuova trincea, in un nuovo fossato.
Lo sguardo si perdeva nell’orizzonte brumoso che brulicava di soldati romani. Quei romani, che calpestavano il nostro popolo come calpestavano il nostro terreno! Quei soldati, che col loro gladio fendevano i nostri uomini come coi loro corpi fendevano la nebbia della nostra Gallia!
Intanto noi, fieri, facevamo risuonare nelle valli, tra le montagne, il suono seducente della nostra arpa celtica, per ricordar loro chi fossero i padroni di quella terra!
Quando decisi di arroccarmi coi miei uomini ad Alesia, sapevo che questa sarebbe stata una battaglia strategica. Prima ancora che sotto le armi, bisognava evitare la morte per inedia. Nel ritirarci fino ad Alesia, avevamo bruciato i terreni e le coltivazioni, così che i Romani non trovassero di che rifornirsi. Ma ormai da giorni i viveri scarseggiavano ad Alesia, e noi non avevamo di che sfamare le 100.000 persone, tra soldati, donne, bambini, che vivevano entro le nostre mura. Quelle mura, tristi, che però non smettevano mai di fare eco alle note della nostra arpa…
Tenemmo un Consiglio, per valutare la situazione e discutere le possibili soluzioni. Ci guardavamo solenni. Gli occhi dei miei soldati erano velati dalla paura e dagli stenti, ma guizzavano nelle iridi lampi di coraggio, di rabbia, di forza, di atroce potenza. Quando rivolgevano la fiera testa al sole, le cicatrici sulle loro guance scavate brillavano come spade d’argento. Parlò Critognato: “Suggerisco di fare come fecero i nostri antenati nella guerra contro Cimbri e Teutoni, quando, costretti dalla carestia, si cibarono dei corpi di coloro che per età non erano più adatti alla guerra.” Rifiutammo questa proposta, ma scegliemmo una soluzione forse ancor più disumana. Ordinai di far uscire da Alesia le donne e i bambini. Speravo che i Romani ne avessero pietà e li prendessero come schiavi, senza ucciderli. Rimasero invece nella terra di nessuno, vagabondi morenti tra le mura di Alesia e la circonvallazione romana, rifiutati, innocenti, inutili. In molti morirono di fame. I bambini più piccoli piangevano tra le braccia delle madri; quelle, straziate, non avevano più lacrime. Continuavano però ad abbracciare teneramente i loro piccoli, e la loro dolcezza fu un eterno monito alla nostra crudeltà.
In quei giorni terribili però, la forza gallica assediava in forma di suono gli accampamenti, s’insinuava tra le colline, attraversava le valli, si spostava col vento, invadeva gli orecchi, i cuori, gli animi. L’arpa celtica non aveva mai smesso di suonare per noi…

…Secoli dopo, l’arpa celtica suona ancora. Non più ad Alesia, ormai scomparsa, non più per i guerrieri di Vercingetorige, che esistono ormai soltanto nei libri di Storia, ma per il pubblico maceratese.
Così, lo scorso 2 agosto, il cortile di Palazzo Conventati si è trasformato in un luogo magico e fuori dal tempo. L’occasione era quella del reading con concerto dal titolo “Alesia, primo scontro tra civiltà”, che l’Adam Accademia ha inserito nella serie di appuntamenti di Pomeridiana del Macerata Opera Festival (OFF).
Gli spettatori accorrevano come in un assedio. Prendevano posto sulle poltrone come sentinelle alla torre di guardia, imbracciando volantini come armi contro la calura.
Sul palco, resistevano un microfono, una sedia, un leggio. Discosta da questi, si ergeva, solenne e regale, un’arpa gaelica.
L’attrice milanese Francesca Rossi Brunori viene a dirigere le sue truppe: s’impossessa del microfono, ordina i fogli sul leggio, allontana la sedia. Lei recita brani tratti da “La certosa di Parma”, di Stendhal.
Ma la vera condottiera è un’altra. Poco distante, sul palco, con la grazia di una dea, Lucia Galli prende posto dietro la sua arpa. Con lentezza, sistema lo strumento alla spalla, le braccia distese ma morbide a misurarne l’estensione.
Le dita eleganti pizzicano la prima corda. Un suono di una dolcezza disarmante squarcia l’aria immobile. Uno dopo l’altro, gli accordi di Lucia Galli distruggono le roccaforti dell’insensbilità e aprono scenari musicali mai uditi.
Le danze della tradizione musicale celtica, da lei arrangiate per arpa, risuonano nel cortile di Palazzo Conventati come in una vallata della Bretagna. La cordiera scintilla sotto le sue dita, e brillante è anche il suono delle note.
Nel pezzo più ritmato, l’arpa produce suoni simili a quelli di una chitarra. Le corde, nella velocità dell’esecuzione, stridono appena, amplificando la vibrazione che rimbalza senza tregua da una nota all’altra. Le dita di Lucia Galli corrono senza sosta sulla cordiera. E il suono della sua arpa doveva esser come quello, avvolgente e disarmante, dei Celti di Alesia.

Il repertorio celtico scelto da Lucia Galli si dimostra coinvolgente. Il pubblico ascolta in religioso silenzio. Come poi la stessa Galli spiega, la musica tradizionale celtica offre spunti virtuosi di sonorità inedite. Avvicinandosi all’arpa celtica, Galli si è inevitabilmente avvicinata alla musica galeica, ma sottolinea l’importanza delle musiche folkloriche in generale, che rappresentano il retroterra culturale di ogni popolo e di ogni tradizione.
L’arpa celtica si differenzia dall’arpa classica per grandezza e per produzione di suoni. Come spiega infatti l’arpista loretana, l’arpa celtica non ha pedali: i semitoni – che corrispondono ai tasti neri del pianoforte – si ottengono sull’arpa celtica regolando le chiavette delle corde, dette lever . L’arpa celtica, proprio per le sue dimensioni più agevoli, permette un più equilibrato bilanciamento tra il ruolo della mano destra e quello della mano sinistra. In altre parole, è possibile eseguire al contempo la melodia e un accompagnamento anche molto complesso, come ci ha dimostrato Galli.
L’arpista loretana, sottolineando poi l’importanza della musica dal vivo, aggiunge: “ogni realizzazione richiede interpretazione”. La partitura di un’opera è infatti sempre la stessa: a cambiare è l’emozione del musicista. L’esecutore è il veicolo essenziale della passione musicale.
Passione che non manca a Lucia Galli. Mentre le mani eleganti pizzicavano le corde, il tempo sembrava si fosse fermato. Gli astanti tacevano incantati e senza fiato. Le note suonavano limpide, chiare, precise. Quella musica era un assedio. Non abbiamo potuto far altro che arrenderci.

(Foto da: luciagalliarpa.it)

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