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di Manuel Caprari

Il fenomeno Stanley Jordan esplode nel 1985, col suo primo album, Magic Touch. E’ lo stesso anno in cui esce You’re Under Arrest di Miles Davis, che contiene l’allora famigerata, e oggi classica, rilettura  di Time after Time di Cindy Lauper, che peraltro era uscita appena l’anno prima. Ho detto tutto? Erano gli anni in cui si stavano abbattendo gli steccati, le barriere tra i generi musicali. La fusione tra jazz e rock andava avanti da almeno una decina d’anni, e non era stata per niente facile, amanti del jazz e del rock si erano guardati sempre con sospetto, ma poi negli anni 80 ci si stava aprendo al funky, all’hip hop, al pop. Oggi non fa più strano andare a un concerto jazz e sentir passare con disinvoltura dai Beatles a Lady Gaga, per dire (dovrei controllare, ma secondo me qualcuno lo sta già facendo); insomma, parlo almeno per la mia generazione, o perlomeno per quelli della mia generazione che sono stati al passo e non si crogiuolano nell’idea di esser nati nell’ epoca sbagliata, ormai siamo oltre il postmoderno musicale; siamo nella contemporaneità, dove un brano vale per quel che vale, e l’esecuzione di un brano vale per quel che vale; tanto per citare il solito Miles Davis, esistono due generi musicali: la buona musica e la cattiva musica.

Stanley Jordan ha pubblicato relativamente pochi album, almeno per gli standard di un jazzista; periodi di attività intervallati da lunghi anni di silenzio, ma la sua musica spazia tra jazz, rock, musica indiana, esibizioni in solitaria e collaborazioni con altri musicisti; lunedi 5 agosto era sul palco del Sant’elpidio Jazz Festival, in cui il vostro recensore di fiducia comincia a sentirsi ormai di casa; di casa e armato di sigaretta, che nella sua mente rimpinzata di sciocchi cliché è quasi d’ordinanza per il bravo appassionato di jazz; ma all’entrata della piazza, cartelli avvisano che, per una specifica allergia di Stanley Jordan, non si può fumare in tutta la piazza; ecco dunque che il vostro fido recensore rinfodera la sigaretta, e si improvvisa anche tutore dell’ordine, redarguendo un altro ascoltatore armato nientemeno che di sigaro. Poco dopo il chitarrista esce sul palco, 54 anni portati come  un ragazzino, e inizia a tamburellare sulle corde della chitarra, con quello stile che l’ha reso celebre e di cui è stato uno dei principali sviluppatori, del tapping a due mani, che gli permette di suonare due note contemporaneamente e di legare con fluidità grappoli di note ravvicinate, creando atmosfere avvolgenti e quasi ipnotiche; questa tecnica gli permette tra l’altro di suonare contemporaneamente chitarra e pianoforte, e, a parte l’effetto scenico dell’esibizione, la fusione tra il suono della chitarra e quello del piano risulta particolarmente suggestiva. Durante il concerto Jordan esegue una serie di brani che sono parte indelebile di un immaginario condiviso ma di cui lui durante la sua carriera si è appropriato e ha trasformato anche in suoi cavalli di battaglia personali: Stairway to Heaven, Eleanor Rigby, The Look of Love, Over the Rainbow, e molte altre; la melodia viene frammentata e ricomposta come farebbe un pittore impressionista con la luce, e il risultato è che canzoni che abbiamo ascoltato mille volte, e che abbiamo sentito reinterpretare ad libitum da frotte di musicisti di tutti i livelli e di tutti i generi, riacquistano una freschezza, una limpidità inedita, persino rispetto ad altre esecuzioni precedenti dello stesso Jordan; il suo stile, da sempre stupefacente, si è persino evoluto, è diventato più discreto, più raffinato, ripulito da qualche virtuosismo di troppo e da qualche strascico esibizionistico da quasi-rockstar che mi pare di avvertire in qualche filmato live degli anni ’80 e ’90 che sono andato a rivedermi per l’occasione. Il pubblico è entusiasta, e Stanley accoglie l’entusiasmo con sorrisi gongolanti  e quasi timidi che creano un curioso contrasto con la sua statura musicale. “Abbiamo cinque cd, uno di esibizioni di sola chitarra, due in cui suono con altri musicisti, uno di musica indiana, e uno di musica da relax, e se volete sarò felice di autografarli”, dice alla fine (in inglese, traduzione mia).
Un concerto straordinario, e che oltretutto ha vagliato la mia capacità di stare più di due ore in uno spazio aperto senza accendermi una sigaretta.

E mercoledi 7 agosto (stasera, per chi sta leggendo questo articolo il 7, ieri per chi lo sta leggendo l’8 e così via), la XIV edizione del Sant’Elpidio Jazz Festival chiude col duo Paolo Fresu alla tromba e Bebo Ferra alla chitarra, a chiudere in bellezza, come in bellezza s’è continuato e proseguito.

(nella foto: Stanley Jordan)

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