Tag

, , , , ,

montelago

di Arianna Guzzini

Per una volta si arriva tardi, si è in due in macchina, gli altri si sono già accampati nel pomeriggio. Gli è stata affidata la mia tenda, perché di notte si monta con troppa fatica. Di positivo c’è che eviti di dannarti per almeno un’ora e mezza intraprendendo un’estenuante lotta con quell’accricco infernale. Sarà che non sono esattamente un asso in certe cose, ma ogni volta che la tolgo dalla sacca e vedo tutta quella roba per terra già mi sale il nervoso, quasi che mi vengono le lacrime agli occhi per una crisi d’isterismo in progressivo accrescimento e finisco col guardarla lì, ferma, accasciata sul prato con la costante impressione che quella cosa orrenda abbia in sé un germe demoniaco e che il nostro odio sia quantomeno reciproco.
Parcheggiamo la macchina nel campo sconfinato fra altre centinaia e centinaia di macchine. Ci lasciamo sopra una bottiglia, convinti del fatto che sarà come un lume che repentinamente ce la farà riconoscere la mattina al ritorno. Con gli zaini in spalla stracolmi di felpe e di roba comprata all’Eurospin (perché a Montelago se vuoi della birra dev’essere ignorante e per il cibo può andar bene qualsiasi cosa, purché sia commestibile), s’intraprende la scarpinata verso l’entrata, dove puntualmente c’è il tipo che ti mette il braccialetto di plastica. Quello mi guarda e fa la classica battutona che sento ogni santo anno di questo festival: “Ma basteranno i buchi?”. Eh sì, ho braccio secco, lo so da me e non c’è bisogno che me lo ricordi il tizio dei bracciali di Montelago. In ogni modo sfoggio un sorriso smagliante rispondendo che sì, sono certa basteranno. Finalmente si entra. Solo adesso si può dire che cominci la notte celtica, perché solo adesso si inizia a fare ciò che probabilmente si farà tutta la notte: cercare gli altri. Provi a telefonare, ma i cellulari prendono a tratti, se va bene. Qualcuno risponde, finalmente. Tenti di spiegare quello che dovrebbe essere il punto d’incontro, ma c’è un casino allucinante fra i concerti già da un pezzo cominciati e quell’enorme distesa di gente che vaga in ogni angolo della vallata. Attendi. Venti minuti. Ancora niente. Vicino ho tre bambini. Mai visti dei bimbi alla notte celtica. Due avranno circa sette, otto anni e ballano spensierati, un altro è un neonato in una carrozzina, che sembra dormire tranquillo nonostante la confusione. Non avrei neppure immaginato di poter trovare dei bambini a Montelago: come fai poi a spiegargli perché in mezzo all’erba ci sono sparsi tipi che dormono a quattro di spade col sorrisetto da ebete e il volto bluastro in stato di semi-ibernazione, oppure il motivo per cui vedi sbucare un altro che cammina svelto, guardando chiunque in cagnesco, con una fiaschetta fra le braccia che tiene con un insolito senso di protezione, come fosse un figlio nato da poco. Finalmente arriva qualcuno per portarci alle tende, è il più affidabile del gruppo che arriva con gli occhi strabuzzati spiegandoci che una nostra amica stava animatamente discutendo con un ragazzo e che non riusciva a schiodarla dal punto in cui l’ha lasciata. Dopo aver constatato che la discussione è sfociata in un’appassionata pomiciata, si decide che non è il caso di disturbare: si va alle tende, era ora. Per arrivarci, ovviamente, ci si mette ancora un’ora buona e non per il fatto che il posto sia particolarmente lontano, ma bensì perché ogni quindici-venti metri incontri qualcuno che conosci, senza poi contare gli individui che non conosci, ma che stanno ubriachi e si fermano a parlare con ogni povero cristo che malauguratamente incrocia il loro sguardo. La più curiosa è stata una ragazza che a quanto pare aveva frequentato il mio stesso liceo e mi chiede se ho letto un libro di non mi ricordo chi. È strano, ma della mia scuola non ricordo quasi nessuno, non sono molto fisionomista e quando entravo in quell’edificio, nell’ex caserma, ero sempre nervosa, tendente all’irascibile. Ecco perché questi incontri mi sembrano sempre alquanto strani, piacevoli ma strani. Poi naturalmente ci sono gli amici degli amici, con i quali ti dilunghi a parlare in virtù di questa straordinaria comunanza. Dopo mille peregrinazioni si giunge finalmente al punto d’accampamento, sono tutti lì intorno alla griglia, spenta. Anche l’anno scorso c’era il barbecue, ma dubito seriamente che sia mai stato acceso, visto che alla domanda di dov’era la carne mi sono sentita rispondere: “L’abbiamo mangiata cruda”. Ma perché…?
La distesa delle tende è immensa, tanto che non si vede l’orizzonte e la nebbia, creata per lo più dalle griglie, affatica la vista. Ecco allora che si erge un grido: “Valeriooooooo”. Mi sembrava che ancora nessuno si era messo a gridare Valerio! Si crea così una catena di urla, che passa di tenda in tenda fino al grande palco, dove anche chi suona finisce per chiedersi chi sia questo Valerio. In realtà ognuno ha le sue teorie, ma poi quale sia quella giusta non si scoprirà mai, fatto sta che, dall’anno scorso a questo, nella notte celtica continua imperterrita la ricerca di questo poveraccio.
Finalmente riusciamo ad incamminarci verso il palco, con la speranza che non ci siano altri imprevisti che ci costringano a spostarci. Il vero popolo di Montelago si trova lì, l’energia intorno è pazzesca e la cosa migliore che si può augurare è di restare a ballare per tutta la notte fino all’alba. Quando il sole sorge da dietro le montagne e l’aria diventa un po’ più tiepida fra le ultime cornamuse e i flauti irlandesi, allora solo per quei pochi minuti ti vien voglia di tornare ancora l’anno dopo e non si ha più la percezione delle fatiche patite per arrivare sotto quel palco.
È ora di tornare alla macchina, ti riprendi la gola arsa , la lingua felpata e tutto il resto. E la macchina? Non doveva essere una genialata la bottiglia sopra al tettino?!

foto di Henry Ruggeri

Annunci