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Radiation_Area_by_z3roibotdi Manuel Caprari

Fariselli,  Tavolazzi e Tofani, con Walter Paoli alla batteria, sono l’attuale formazione di un gruppo, gli Area, che ha avuto da sempre una storia piuttosto turbolenta, con musicisti ad aggiungersi, a lasciare, a tornare, fino allo scioglimento, alla creazione degli Area 2, per arrivare infine alla reunion di tre anni fa, appunto formata dal quartetto che ha suonato sabato 3 agosto al Sant’Elpidio Jazz; dallo scioglimento della band, Fariselli è stato produttore musicale e compositore di colonne sonore, Tavolazzi è diventato un personaggio di rilievo del panorama jazzistico italiano, Tofani monaco buddista e inventore di strumenti musicali. E’ proprio Tofani a salire sul palco per primo, si siede a gambe incrociate sopra una pedana rialzata, davanti a un portatile, imbraccia una chitarra a tre manici che, spiega, si chiama Shyama Trikanta,  l’ha fatta costruire dal liutaio Michele Benincaso usando un legno scuro di 8000 anni d’età,  e ha tre voci (“trikanta, appunto, in sanscrito): il primo manico produce un suono simile a quello di un’arpa, il secondo è per metà senza tasti, il terzo è una sette corde; con questo strumento Tofani ha creato la Shyama Trikanta suite, di cui presenta un breve estratto ad apertura del concerto; lo strumento viene suonato su basi elettroniche e voci campionate, con tecniche d’improvvisazione che non si appoggiano alle formule d’improvvisazione jazz ma sono ancora più libere, sottendono una ricerca spirituale, una concentrazione meditativa, che si proietta su un tappeto sonoro in cui sembrano risuonare le vibrazioni dell’universo, come se fossimo di fronte a un film di Terrence Malick.

Terminato questo momento di puro incanto, salgono sul palco gli altri tre musicisti che, iniziando col giro di basso incalzante di Arbeit Macht Frei, ripercorrono i momenti più importanti della carriera del gruppo, Cometa Rossa, Gerontocrazia, La Mela di Odessa, fino a Luglio Agosto Settembre Nero, per il quale chiedono al pubblico di tirar fuori le chiavi di casa (“se avete le chiavi, se avete una casa”) e suonarle, a nome di tutti i palestinesi che da un giorno all’altro sono stati sfollati dalle loro case e conservano delle chiavi che non useranno più.

Il feeling che il gruppo riesce a creare con il pubblico ha il sapore di una complicità che nasce dalla consapevolezza che molti potranno essere lì per cogliere quel che resta degli antichi splendori, e dal rifiuto di  giocare alla riesumazione nostalgica: pur senza lanciarsi in sperimentazioni troppo estreme, salvo in qualche raro momento subito stemperato dall’ironia, i quattro musicisti non ripropongono i brani con spirito museale; li riarrangiano, si dilungano in assoli, duetti, improvvisazioni, reinterpretazioni; soprattutto non cercano di sostituire l’insostituibile, cioè  l’incredibile voce di Demetrio Stratos: i brani cantati diventano brani strumentali, da ampliare e arricchire non per supplire a una mancanza ma per omaggiarne e sottolinearne la perdita; e se è vero che durante il concerto viene presentato un brano nuovo, scritto in omaggio a Stratos, un brano melodico ed elegiaco ma genialmente disturbato, con discrezione, da inserti campionati, voci e rumori di fondo, ad asciugare ogni possibile melensaggine d’ordinanza e a proiettare la continua ricerca del cantante in un altrove irraggiungibile, è ancor più vero che tutto il concerto, di fatto, rievoca la potenza del suo canto sottolineandone l’assenza.  Solo nel caso di La Mela di Odessa, Tofani esegue la parte vocale, con un recitato sornione che trasforma l’allegoria del racconto della mela a cavallo della foglia in una sorta di aneddoto condiviso, una strizzata d’occhio, il suggellamento di un patto di complicità; non siamo qui per rimpiangere il passato, siamo qui per creare e ascoltare musica; che poi il tempo passi, e che carichi i significanti di significati ulteriori, magari involontari, spesso privati, personali, solo parzialmente controllabili, tutto questo rientra nell’ordine naturale delle cose;  il discrimine sta nel modo in cui li si gestisce, nel modo in cui ci si proietta in questo flusso, se in maniera propositiva o se ripiegandosi in se stessi; che poi, in fondo, che il tempo passi veramente come su una linea retta che proviene dal passato e si proietta verso il futuro, è una cosa ancora tutta da dimostrare, e, nel dubbio, l’unica certezza che abbiamo è che siamo qui ora, almeno finché non usciamo da un contesto in cui le parole “qui” e “ora” assumono un significato. Ma io divago, e se mi sentisse quel tizio seduto a poche sedie lontano da me che di fronte ai momenti più sperimentali dell’esibizione si guardava intorno stralunato, morendo dalla voglia di esprimere il suo disappunto con battutine sarcastiche a qualcuno che potesse tenergli bordone, mi prenderebbe subito in giro per le mie velleità filosofiche, e magari stavolta non avrebbe neanche tutti i torti, chissà.

(immagine: Radiation Area. tratta da z3roibot.deviantart.com/)