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di Elisa des Dorides

Ultimo imbrunire su Montecosaro. Una gran fumera di cibi alla griglia vari sta lì a mezz’aria tra il caldo afoso e gli odori, così che sembra di entrare nello slargo di un set di un film western. Non si vede nessun manifesto della serata da Macerata al paese e ciò scoraggia un poco le  aspettative di chi giunge da fuori, quasi come se la presenza dei Marlene Kuntz possa diventare un’illusione solo per sentito dire. Ed invece no. La band di Cuneo c’è eccome e, per deludere chi ancora la definisce come altezzosa e snob, cena tra gli stands affollati in tutta tranquillità. L’ultimo giorno del Mind Festival, che ha organizzato le serate di musica dal 25 al 28 Luglio,  gli Hebert J.M.&The Troubles aprono il concerto.<> La band  si diletta nel trasformare brani anni Cinquanta e Sessanta allontanandoli dal rock’n’roll e fondendoli con un blues fusion. Il gruppo è composto da Herbert j.Mauceri, voce, Ermete Gasparrini alle tastiere, Emanuele Fraceschetti alla chitarra, Marco Cupelli alla batteria, ed infine Nico Iommi al basso.
Verso le 22.15 c’è il cambio palco. E sì che si
fanno attendere i Marlene. Lunghi minuti di silenzio sotto il palco tra il caldo umido della serata e le zanzare fastidiose tutte attorno. Bergia, Tesio,Lagash (al basso) e Godano  si fanno avanti sul palco accolti con l’entusiasmo dei fan che non si smentisce ad ogni tappa del loro tour 3d3 del 2013. Le percussioni di Luca scuciono il silenzio, lievi aprono lo scenario al quale Cristiano cerca di dar vita leggendo le prime strofe di Fingendo la poesia. Il pubblico non se l’aspetta questo fuori pista riflessivo ed osserva incuriosito le mani di Godano che disegnano cerchi, movenze del corpo calato nel suo autofascinarsi teatrale. Poi le chitarre uniscono il loro arpeggiare: concerto marleniano principalmente  in versione acustica, ammorbidito dall’armonizzare gli spigoli più acidi. “E’ come esaudire la gravità” per ogni fan là sotto con Ti giro intorno, brano da Il Vile, lontano 1996. Seppur in gusto folk, le chitarre muovono onde ipnotiche, da capogiro. La distorsione i Marlene l’hanno levigata nel tempo, se ne sono distaccati senza abbandonarla del tutto e, lavorando su linee melodiche, hanno scritto brani come Canzone per un figlio. Il pezzo portato a Sanremo però  viene riconosciuto a malapena dalle persone, nonostante l’enfasi nel cantarla di Godano. Sudore freddo e  trasporto all’attacco della febbrile Gioia che mi do, da Catartica. E poi si salta fino al 2011 con L’artista, canzone dall’album Ricoveri virtuali e sexy solitudini. Vibra del più puro rapimento emozionale mentre si descrivono luoghi interiori pennellati qua e là nel mondo reale, per le vie di una città, un mondo “quasi risultato di una malìa”. E verso gli ultimi due minuti del pezzo, quando incede il ritmo, che il basso rispolvera con  suoni gutturali illuminazioni che si tengono in torpore,  la batteria spinge  su per una salita infinita  sogni  zoppicanti e la voce apre a zampilli, esplodono bacilli d’ispirazione e vengono giù le luci da quel sipario vitreo e smorto.  Smorto come le maschere venute via quando finisce un amore: quel qualcosa che si spezza in Uno. Pezzo dolente ed estremamente sincero come pochi altri.  Una ragazza vicino a me è abbracciata al suo tipoed ha gli occhi lucidi, guarda avanti a sé con un piglio di vuoto disarmante ed io che la guardo, a mia volta, penso che la teatralità non è necessaria per esprimere sensazioni. Teatrale o meno, pacato o malinconico Godano introduce impeccabilmente un capolavoro di delicatezza estrema: Bellezza. E Tesio e Bergia sono lì a tessere la trama di questo brano da maestri assoluti. E poi assistiamo ad una acidissima Giù giù giù addolcita ma pur sempre graffiante e sanguinaria tanto che il pogo, compatto e quasi ordinato, è inevitabile. Delirio e tuffo nel grunge dei Nirvana con la cover Breed che vede la band piemontese  ricreare gustosamente  degli spezzati e stonati rantoli tutti strizzati in un ritornello. Lampi e saette: si impone Overflash che rigenera elettricamente i primordiali distortissimi Marlene Kuntz. Ma i fan del gruppo, così come bramano lo scroscio strumentale e le urla, adorano il disciogliersi delle tensioni sonore in languide ballate come La canzone che scrivo per te. C’è chi canticchia la le strofe di Skin per  sopperire alla sua mancanza nell’esecuzione di questo brano nato come duetto e che, così, si sente orfano della voce cristallina della cantante inglese. Nuotando nell’aria e le sue vertigini nostalgiche evaporano, scivolano sugli strumenti, si diffondono tra la gente che ciondola cantando le parole che sa a memoria ma che non stancano, ad ogni concerto è un riviverle. Ancora Cristiano declama suadente e appena stanco le prime strofe di E poi il buio. La notturna e quasi epica canzone chiude un concerto intenso come sempre i Marlene Kuntz hanno cura di offrirci in territorio marchigiano.

foto di Elisa des Dorides