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di Manuel Caprari

Il Sant’Elpidio Jazz Festival è arrivato alla quattordicesima edizione; dal 2000 ad oggi, è passato di qua tutto il meglio del panorama jazz italiano, e ospiti internazionali come Lee Konitz, Archie Shepp, Bill Evans, Jeremy Pelt; un parterre di musicisti semplicemente impressionante.
Quest’anno l’edizione prevede quattro serate: si è iniziato il 29 luglio con il quintetto di Francesco Cafiso, si continua il 3 agosto con gli Area, il 5 con Stanley Jordan e il 7 con il duo Fresu/ Ferra.

Lunedi 29 eravamo lì, nella bella piazza centrale di Sant’ Elpidio a Mare, siamo arrivati all’ultimo momento e ci siamo seduti negli ultimi posti liberi; sarà stato per il chiosco della birra su cui andare a rifocillarsi, o per la promessa della degustazione di vini e dolci alla fine del concerto, o per l’idea che il mare era là a cinque minuti di macchina, o per quel filo d’aria che ogni tanto si levava a mitigare la cappa afosa di quest’estate che è arrivata tardi ma ci sta facendo scontare la nostra poca fiducia nel suo arrivo, ma c’era un’aria di festa, e quando Cafiso e gli altri musicisti sono saliti sul palco sono stati accolti col calore che si riserva ai vecchi amici; Cafiso peraltro è già stato qui in passato, ma soprattutto chi frequenta il jazz l’ha letteralmente visto crescere; io stesso l’ho ascoltato, per la prima volta, al Lauro Rossi di Macerata, quando aveva undici anni o giù di lì, quando ancora si portava dietro l’impronta, fortissima, dello stile di Charlie Parker, quasi come un nume tutelare, e poi l’ho rivisto, qualche anno dopo, sempre al Lauro Rossi, a colorare col suo sax le composizioni di Michel Petrucciani suonate da Arrighini al piano; un concerto sorprendente, che testimoniava già della sua curiosità e della sua poliedricità; il resto è cronaca, la fama internazionale, la partecipazione a San Remo, il concerto alla Casa Bianca, ma anche un passaggio sui Raitunes a suonare sopra raffinate basi elettroniche, a testimoniare una volta di più la sua poliedricità.

Lunedi sera, si è esibito insieme a Roberto Pistolesi alla batteria, con tanto di maglietta di Wolverine sotto la giacca, Giuseppe Bassi al basso, Mario Schiavone al piano e Dino Rubino alla tromba, seduto o per meglio dire quasi sdraiato sulla sedia con la nonchalance di chi suona in pubblico con la stessa naturalità con cui io respiro; il quintetto ha presentato una suite di brani composti da Cafiso stesso, un progetto dedicato alla Sicilia nonché ai loro trascorsi nella musica da banda; e c’è un brano che è il vero cuore del concerto, grossomodo a metà della scaletta, una marcetta sospesa e rallentata, quasi onirica, quasi un incontro tra Fellini e Lynch, su cui i due strumenti a fiato sviluppano melodie trasognate, ma poi il ritmo comincia ad accelerare quasi impercettibilmente, i colpi di batteria diventano più accentuati, tutti gli altri musicisti si inseguono in una chiusura mozzafiato che trascina il pubblico in uno degli applausi più calorosi della serata. Il tratto dominante dell’esibizione è proprio in quest’energia sublimata, in questa irrequietezza placidamente e sornionamente risolta ma solo per un attimo, perché poi ci si proietta sempre verso altri lidi; la musica di Cafiso negli anni si è arricchita di sfumature e suggestioni, si sentono echi del Miles Davis di Kind of Blue, del Coltrane di A Love Supreme, forse qualcosa di Ornette Coleman; tutto questo confluisce con naturalezza in uno stile coerente e fluido; il suo sax ha una sua voce, un suo timbro, melodico, fluido ma vigoroso; ma la cosa più interessante è che Cafiso non ci si adagia, mostra una continua tensione verso altri punti di fuga, in quel lanciarsi di tanto in tanto in frasi spezzate, ossessive, a tratti quasi disarmoniche, c’è un anelito a volersi continuamente superare, a voler continuamente arricchire il proprio suono, nella migliore tradizione di una musica che nasce come un’esperienza continua, in cui non ci si tuffa mai due volte nelle stesse acque.
Anche nella struttura delle esibizioni, il quintetto non ricorre alla solita alternanza di assoli dei vari strumenti che un po’ troppo spesso capita di sentire ai concerti jazz, ma sviluppa svariate possibilità di interplay; sono soprattutto i due strumenti a fiato, sulla base di un trio ritmico batteria-basso-piano vibrante e ricco di sfumature, a rispondersi, inseguirsi, congiungersi e allontanarsi in continuazione; Rubino, che suona nei dischi di Cafiso da almeno sei anni, oltre ad avere un suono pulito e squillante, ha delle intuizioni geniali, ogni sua entrata è sorprendente e necessaria al tempo stesso.

Il concerto si è chiuso con una lunghissima, meravigliosa versione di “Estate” di Bruno Martino, e sono quei momenti in cui vorresti solo salire sul palco e ringraziare i musicisti, uno per uno, per tutto quello che significa per te quella canzone, e per la passione e il rispetto con cui viene eseguita; anche se la malinconia dei versi richiamati in mente dalla melodia (“odio l’estate”, “tornerà un altro inverno”), non ha potuto competere con il richiamo della brezza marina, e come dire, sarà pure un cliché, ma la passeggiata in spiaggia di notte dopo aver ascoltato un concerto jazz dovrebbe essere imposta per legge