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Roulotte Camping Ortona

di Alessandro Seri

Ho imparato a non amare agosto sin da piccolo, quando il sedici del mese iniziavo a cogliere le sfumature tristi sui volti dei vicini di piazzola in campeggio, quando secondo una logica malinconica intuivo che il picco delle ferie per la mia famiglia e per i vacanzieri in generale era stato oltrepassato. Da lì in poi si correva velocemente verso la cerimonia del ritorno a casa che per i campeggiatori convinti come i miei culminava con l’operazione per nulla semplice dell’agganciare la roulotte al gancio da traino.

Il campeggio a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta ha segnato in negativo la mia idea delle vacanze estive. Questi luoghi non luoghi avevano per me lo stesso ingombro filosofico fastidioso che hanno oggi i centri commerciali o le multisale. Il camping mi sembrava una città finta, riprodotta, eccessivamente poliglotta e forzata nelle vicinanze, nella condivisone e persino in maniera iper evidente nel divertimento. Praticamente ero costretto a seguire i miei genitori in questa mezza follia del campeggio. Mi accorgo ora con benevolenza adulta che per loro, come per gran parte degli italiani, era l’unica forma di vacanza dignitosa e a buon mercato. Insomma in fin dei conti credo che fosse molto meno costoso di qualsiasi albergo o di qualsiasi viaggio con più destinazioni.

Nonostante le odierne giustificazioni, all’epoca il mio rapporto con il campeggio era palesemente negativo e non facevo nulla per migliorarlo. Non sono mai riuscito ad ambientarmi, non ho mai fatto amicizia con nessuno in campeggio; ci sono persone che fanno amicizia nell’arco di mezz’ora a me, allora come oggi, servono anni. In campeggio mi annoiavo e mi davano sui nervi in ordine crescente: le cacce al tesoro, dover aspettare per usare i bagni, le serate nella discoteca del campeggio, i deejay dai nomi ridicoli e dal tragicomico accento finto inglese che si sentivano dei padreterni. Ce ne fu uno che rimarrà per sempre tra i miei ricordi. Si faceva chiamare DeeJay Sim1 (uan pronunciato in inglese appunto) che poi alla fine si chiamava ovviamente Simone ed era uno tra i più grandi coglioni da discoteca che ricordo, poi ce ne furono altri.

Un pomeriggio in pieno agosto, una ragazzina nemmeno tanto brutta, una di quelle che fanno sempre parte dei gruppi e che si meravigliano di quelli che non ne fanno parte, mi si avvicinò con una certa curiosa titubanza e mi fece la domanda del secolo: – Ma tu perchè leggi invece di venire al corso di break dance? – Sorrisi senza rispondere, quella sera mentre in discoteca passavano People from Ibiza di Sandy Marton io terminai La ragazza di Bube di Cassola. Intendiamoci, non ero l’adolescente nerd tutto buone letture e studio, ero al contrario svogliato, bocciato, indolente e tendente al delinquere, divoravo Nessuno uscirà vivo di qui almeno una volta ogni tre mesi; amavo la buona musica anche pop dei Frankie Goes To Hollywood e di Paul Young; le ragazze mi attraevano quanto bastava per farmi avere a che fare con le prime delusioni. Insomma, oggi posso cominciare a pensare che ero io a stare nel giusto.

Quello che però proprio non sopportavo, che mi spingeva ancora di più alla contrapposizione, al contrasto, alla solitudine persino, era la spinta obbligata al divertimento che da lì a poco avrebbe invaso l’Italia con i programmi delle tette al vento e delle battute tipo Has Fidanken. Divertirsi per forza mi è sempre parso l’atto meno intelligente possibile che spesso sfocia in patologie estreme come alcune dipendenze.

Per fortuna ad un certo punto in agosto, in campeggio, arrivava un temporale a segnare la fine del carnaio e allora mi piaceva l’amplificazione del suono della pioggia sulla lamiera a copertura della roulotte. In quel momento capivo che le posizioni si ribaltavano, la massa correva sfatta, vociante e maledicente al riparo io mi affacciavo dall’oblò e mi divertivo di fronte allo spettacolo della fine dell’estate. Con gli anni ho smesso di dare la colpa dell’accidia d’agosto al fattore campeggio e ho compreso che proprio nel mese sta qualcosa che non mi va a genio.

Agosto mi dà l’impressione dell’annuncio della fine, di una apocalisse prossima. Mi piace però ammettere che nel momento dell’indipendenza dal volere familiare, quando l’obbligo del seguirli in vacanza venne meno, ho potuto godere di lunghe fantastiche notti d’agosto con la città completamente deserta; così deserta da permettermi di salire verso il centro alla tre di notte, prendere in prestito una sedia dal bar e deporla con convinzione esattamente al centro della piazza sgombra dalle auto, leggere comodamente fino alle prime luci dell’alba. In questo modo, quando la luna si confonde e il sole è ancora timido quasi terminai La casa dell’incesto di Anais Nin. Quella volta ad interrompere, a disturbarmi, furono i primi furgoni degli ambulanti del mercato del mercoledì mattino.