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di Maria Silvia Marozzi

Un’estate maceratese da subito piena zeppa di ospiti di rilievo: si è partiti con Musicultura e i suoi attempati artisti, che hanno tenuto su l’adrenalina di innumerevoli giovani fan se non altro per la incertezza che aleggiava intorno al loro arrivo.

A livello di marketing, quella degli organizzatori si dev’essere rivelata senza dubbio una grande mossa: una spesa certamente non pari a quella per un personaggio sulla cresta dell’onda e la presenza del pubblico assicurata. Chi infatti vorrebbe perdersi il Guccio, disponibile in versione vecchio stanco gratuitamente, considerato che potrebbe facilmente essere una delle sue ultime apparizioni in un contesto musicale?

Per non parlare della strepitosa Franca Valeri, la cui presenza è stata compromessa, pare, per via di un brutto raffreddore fuori stagione che l’ha costretta a casa. Ma la nostra comica nazionale non s’è data per vinta e ha accettato la proposta di un’ intervista telefonica pubblica: ho pianto. Chi conosce la maestosità artistica della Valeri e la sente oggi con la voce rotta a intervalli regolari, affaticata, non può farne a meno.

E poi Josè Feliciano, il grandissimo chitarrista non vedente accompagnato dal suo jolly, colei che fu la celebre Magda in “Bianco Rosso e Verdone” (quando l’ho capito, avrei voluto intervistar più lei che l’altro).

Insomma, il “largo ai giovani” ribadito da tutte le autorità dei vari mondi politici, artistici e del lavoro sembra più un invito a levare le ancore dai lidi maceratesi verso acque meno stagnanti.

Grandi possibilità sembrano piovere in testa ai ragazzi del nostro Ateneo: bandi e avvisi per tutti i gusti sono rintracciabili on line. Per esempio il Macerta Opera Festival, come ricordato in un articolo uscito qualche tempo fa su un quotidiano locale, ha coinvolto, fra flash mob e redazioni on line, oltre 4.000 studenti (pare). Omesso il fatto che sette studenti aspiranti giornalisti non possano seguire gratuitamente le serate dell’Opera, sulla quale scrivono tutti i giorni, per la sola colpa di aver aderito a un bando-specchietto per le allodole. E che dietro l’organizzazione del flash mob, per definizione moto spontaneo e anticonvenzionale c’era un regista e la retribuzione di 1 CFU per i partecipanti.

E poi domenica scorsa, quando il sommo Giorgio Albertazzi ha presenziato all’Anfiteatro di Urbisaglia con il suo “Miti ed eroi”. Si è girato in lungo e in largo per il mondo della scrittura e dei miti di cui essa ci racconta dall’ VIII secolo a.C., fino ad arrivare alle “Memorie di Adriano”. Uno spettacolo che celava una mancanza di rispetto verso i giovani poeti in erba, gli aspiranti attori, insomma gli squattrinati per eccellenza, dietro l’aura ormai in declino del maestro che lo portava in scena. Giorgio Albertazzi non sembrava aver avuto nè una scaletta, nè una spalla all’altezza, infatti la lettrice è scivolata più di due volte sul testo. Non è solo il nome a fare uno spettacolo degno e la recitazione dell’Albertazzi è parsa priva di calore, la voce troppo rauca per certe combinazioni di lettere, i pensieri troppo contorti e troppe le cose da voler dire tutte insieme, frequenti i vuoti di silenzio che ammazzano la concentrazione.

Splendidi i brani scelti, da Saffo a Dante, da De’ Medici a D’Annunzio e poi l’Eneide, Shakespeare, per terminare con un lungo brano recitato a memoria, tratto dalle “Memorie di Adriano”: sublime fuori d’ogni dubbio. E che importa allora se poi ha un lapsus e chiama Enea Virgilio, se inciampa su una frase, se ne “piscia” (com’è detto in gergo) un’altra?

Non importerebbe se non nuocesse alla mania poetica degli astanti, che vorrebbero ancora che Giorgio Albertazzi fosse la loro propria Musa. Non importerebbe se non ci fosse un ricambio attoriale di generazione che aspetta fremente di emergere. E Albertazzi sarebbe un grande insegnate, una stella giunta all’ultima fase del grande ciclo della vita con successo. Un fulgido esempio per le innumerevoli associazioni culturali del territorio, che investirebbero meno ego e finanze per rassegne che si presentano dalle nobili aspirazioni, ma che ad oggi risultano di ingannevoli propositi, con nomi facilmente spendibili per una cultura che non può essere per tutti.

Non è preferibile allora pensare meno al botteghino e lasciare che i fondi già esigui servano a far scorrere la graduatoria dei giovani talenti, che rappresentano quel futuro con cui tutte le autorità iniziano e/o terminano i loro discorsi pubblici? Albertazzi ha brillato e tutte le stelle, si sa, campano milioni di anni, ma ad un certo punto, naturalmente, sono destinate a spegnersi. E sarebbe solo umano lasciarglielo fare.