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di Alessandro Seri

Confesso che non ho mezzi per recensire un’opera lirica ma conservo stretto il rapporto con lo Sferisterio, il teatro all’aperto della mia città, fatto costruire su progetto dell’architetto Ireneo Aleandri, da cento famiglie maceratesi e inaugurato nel 1829 come stadio per il gioco della palla al bracciale. Il primo contatto con l’esterno della struttura risale alla primissima infanzia dato che la mia famiglia risiedeva a poche centinaia di metri. Per entrarvi però dovetti aspettare la discesa in città con relativo spettacolo in arena del mago Zurlì. L’opera lirica è arrivata qualche anno dopo quasi per caso ma è stato amore a prima vista. La mia prima opera allo Sferisterio, la Carmen nel 1982, aveva la regia di Lawrence Foster con una grande interprete quale Marylin Horne. Fu una folgorazione, un innamoramento senza pari nonostante cercassi di celare ai più che una delle comparse a cavallo sul palco era mio padre e che da lì in poi alcuni dei nostri cavalli portassero nomi di cantanti lirici proprio per questo motivo.

Undici anni dopo quella esperienza, ormai giovane curioso e giornalista in erba per la pagina culturale del Corriere Adriatico iniziai la lunga storia con questo magnifico teatro e con l’opera lirica in genere assistendo ad un Rigoletto senza pari, diretto da Gustav Kuhn, con la regia di Henning Brockhaus e le scene dell’immenso Josef Svoboda, dove per inciso Rigoletto era interpretato da Renato Bruson. Capirete da qui che seppur non esperto sono stato abituato abbastanza bene e ogni anno attendo con impazienza di poter assistere alle rappresentazioni. Da quando poi, lo scorso anno, il caro Francesco Micheli ha preso in mano le redini della stagione lirica maceratese ho sempre apprezzato la sua capacità di coinvolgere la città intera nel suo progetto e lo appoggio in pieno in questa impresa, mi fido delle sue indiscutibili capacità e finché non vedo con i miei occhi e ascolto con le mie orecchie prendo sempre con estrema cautela le inevitabili critiche che, anche per indole, alcuni maceratesi muovono alla sua creatura.

Proprio per questi motivi sopra indicati attendevo con vero interesse di poter assistere alla prima del Nabucco affidato a Gabriele Vacis. Il regista piemontese, che apprezzai in maniera smisurata per quel gioiello che fu Il racconto del Vajont con Marco Paolini, mi sembrava potesse essere la persona adatta, la migliore scelta, per mettere in scena un dramma di popoli quale la terza opera verdiana è. Micheli aveva visto lungo puntando su chi dal 2008 dirige il progetto TAM (Teatro e Arti Multimediali) con il Palestinian National Theatre a Gerusalemme. Insomma c’erano tutti i presupposti per rendere memorabile questa opera. Oltretutto l’intera stagione maceratese ha per tema “Muri e divisioni” e quindi di simboli sui quali poggiare la struttura narrativa ce n’erano a iosa: il muro e la divisione tra israeliani e palestinesi che si sovrappongono a quelli tra ebrei e babilonesi, l’esilio degli ebrei in Babilonia come rimando alla tragedia della Shoah, la presenza millenaria a Gerusalemme del muro del pianto, i muri che vengono eretti nella contemporaneità a dividere due popoli che vivono nella stessa terra, la striscia di Gaza, le incomprensioni tra le tante fazioni palestinesi, la lotta infinità tra i falchi israeliani e i pacifisti. Tutto lasciava presagire che sarei uscito entusiasta al termine della rappresentazione del 19 luglio.

Così arriva il giorno della prima, preceduto dai rumors non proprio entusiasti di chi ha assistito all’anteprima. Già le voci si rincorrevano e parlavano di tante bottiglie di plastica in scena, qualcuno ironizzava rispetto alle pubblicità delle varie acque minerali, altri accennavano ad un allestimento lontanissimo dalla ricostruzione storica e infine si è levato qualche fruscio rispetto ai cantanti che si sperava si fossero risparmiati nel preservare le ugole fino a quel momento. Ripetendo, poi arriva la prima. Dopo aver assistito al concerto della rassegna Pomeridiana lungo le scalette della Piaggia della torre, indossando il mio, inaspettato ai più, completo da sera chiaro, sono sceso con calma e un po’ di stanchezza fino all’ingresso dello Sferisterio dove come ad ogni prima si poteva assistere alla sfavillante e a volte raccapricciante sfilata dei vip e dei falsi vip compresi tanti impresentabili accompagnati da cavallone abbronzate su tacco dodici bardate da vestiti (forse quest’anno vanno di moda) di colori fluorescenti tipo giallo, rosa, verde. Sindaci, parlamentari, presidenti e cavalier serventi, alte uniformi, ambasciatori e ministri di ogni dove, imprenditori, sponsor tutti un po’ sopra le righe ma anche questo in fondo è spettacolo.

Il posto che mi spetta non è quello ai margini di qualche anno fa, stavolta a dire il vero sto messo bene, mi siedo, attendo. Le luci scendono, si abbassano decise ed armoniose e con esse scema il naturale brusio del pubblico. Parte un applauso, entra a spron battuto Antonello Allemandi a dirigere l’Orchestra regionale delle Marche e da lì a qualche istante parte la musica e mentre gli orchestrali iniziano il loro lavoro sul leggendario muro dello Sferisterio vengono proiettate immagini della Gerusalemme contemporanea, immagini del traffico, dei mercati, delle folle, delle scuole, degli israeliani e dei palestinesi, di qualche tafferuglio, della complessità, del muro del pianto. Non sono immagini sbagliate, hanno un senso ma delineano nell’immediato una visione contemporanea dell’allestimento che svela la sua filosofia quando tra citazioni varie appare proiettata la profezia dell’ambientalista e filosofa indiana Vandana Shiva: “Le guerre del passato si sono combattute per la terra, le guerre del presente si combattono per il petrolio. Le guerre del futuro si combatteranno per l’acqua”.

Bene ora abbiamo un binario da seguire. Iniziate a cantare, please. Il coro, il lirico marchigiano “Bellini” a mio avviso canta eccome, si impone come è giusto che sia nel Nabucco, diffonde potenza e appare sicuro, mi piace. Man mano arriva il turno dei protagonisti che devono destreggiarsi all’interno di un plastico (di plastica vera) della città di Gerusalemme fatto di bottiglie riciclate. In realtà l’effetto scenico è solo per gli spettatori del secondo ordine dei palchi perchè noi in platea nemmeno lo vediamo che si tratta della riproduzione a terra di una città. Ci sembrano solo bottiglie messe in mezzo alla scena che impediscono movimenti armoniosi ai cantanti, ai figuranti e al coro. C’è la vestizione delle vergini che vengono coperte e rese guerriere quando vengono a loro affidati dei mitra giocattolo col tappo rosso ancora bene in vista in cima alla canna e che le ragazze a dire il vero maneggiano impacciate oltre ogni limite. Le vergini scimmiottano la guerra resistente, sono loro le prime ad essere imbarazzate e tutti noi con loro. Purtroppo.

Subito i cantanti si rivelano: Ismaele Valter Borin non appare da subito convincente, Fenena Gabriella Sborgi un po’ meglio ma ci si aspettava di più e questo mette in risalto il confronto, per i primi due negativo, con le voci e la presenza scenica di Zaccaria Giorgio Giuseppini dal timbro preciso e possente, con Abigaille Virginia Tola che sembra una fuoriclasse nonostante la facciano arrivare sul palco impugnando un’altra pistola finta con la quale anche lei, per scelta registica, è costretta a confrontarsi col ridicolo. Si attende l’entrata in scena di Nabucco Alberto Mastromarino, preceduto dall’incongruenza di un unico cavallo in scena (con cavaliere, non brado) che dovrebbe intimorire una folla. Nabucco si palesa e da qui i commenti si sprecano, è in mimetica e basco rosso, qualcuno lo paragona a Che Guevara (non mi pare proprio) altri più giustamente ci vedono un Saddam Hussein de noantri (e forse qui ci siamo). La vocalità appare buona almeno in questa prima parte.

Mi accorgo con emozione e tenere rimembranze che tra il coro si evidenzia per presenza e interpretazione quello che vent’anni fa era il portiere della squadra di calcio dove io giocavo in attacco, sorrido pensando al tempo che passa e alla magia dei luoghi, dello Sferisterio soprattutto. Aspetto che sto Nabucco prenda quota. Nel frattempo la scena cambia e dal tempio di Gerusalemme si passa ai giardini di Babilonia. Il passaggio viene rappresentato con l’ennesima proiezione attraverso il volo di uno stormo di uccelli proiettato sulla cartina del medio oriente, rimango poco convinto. A caratterizzare la scena ci sono delle mura azzurre fatte con i boccioni che si usano negli uffici come contenitori d’acqua. Sorrido, mi viene in mente che per riempirli basterebbe immergerli nell’Eufrate.

Ormai con una certa rassegnazione attendo il momento del Va’ Pensiero che ahimè viene preceduto dall’arrivo di furgone Wolkswagen bianco sovraccarico di stracci e bagagli e da un Ape Piaggio anch’esso bianco e sovraccarico allo stesso modo. Parte Va’ Pensiero, silenzio, finalmente una certa tensione, finalmente alla fine un ragazzo africano si fa largo tra il coro indossando una felpa bianca con sopra in rosso la scritta Italia. E’ didascalico ma apprezzo il coraggio, quando ci vuole, ci vuole. Di solito al termine del Va’ Pensiero mi era sempre capitato di assistere alla platea che chiede il bis, era successo già allo Sferisterio, era successo in Germania, in Austria, stavolta nulla, un’altra imbarazzata indifferenza. Continuano le proiezioni fino a che si arriva all’apoteosi del banale quando da una scritta proiettata sul muro dell’arena iniziano a cadere verso il basso le lettere, come nel più usato degli screen saver, no questo proprio non mi piace.

Andiamo verso la fine, Nabucco rinsavisce dopo che dio l’ha fulminato. Abigaille canta sempre bene, gli altri meno, Nabucco ora dovrebbe prenderci e portarci su per le vette del canto e invece restiamo tutti a terra, non decolla lui e noi con lui rimaniamo tristemente a terra, senza fiato. Persino un non esperto come il sottoscritto si accorge che Mastromarino affronta il finale dell’opera con una certa difficoltà, e tutto appare di plastica ora. Durante gli applausi finali, pochi a dire il vero, molti dei quali per Virginia Tola e Giorgio Giuseppini, ho il sospetto di aver assistito ad un Nabucco di plastica dalle buone intenzioni ma dalla non buona riuscita. D’altronde lo Sferisterio richiede una certo equilibrio e mezzi scenici adeguati. Non tutti se ne rendono conto.

Usciamo tutti, come sempre nella calca della fuga, stanotte non fa nemmeno troppo freddo come di solito accade dopo le undici di sera nell’emiciclo dell’arena. Tra la folla compare al mio fianco il figlio mio coetaneo, di una nota dinastia imprenditoriale maceratese, lo saluto, giocavamo tutti nella stessa squadra vent’anni fa, io, il corista portiere e lui che era il numero dieci, il regista. Gli chiedo se ha apprezzato la messa in scena, mi da una risposta di circostanza, capisco, lascio correre, la conversazione vira sull’ultima volta che ci siamo incontrati da McDonald in veste di accompagnatori di prole. Ho la soluzione del caso. A forza di calcare la mano sulla simbologia del contemporaneo, questo Nabucco ha ottenuto l’effetto contrario: voleva essere un’opera di denuncia si è trasformata in un’opera di plastica. Peccato.

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