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tommy

di Gianni Lorenzetti

Si rimane sempre appesi ad un sogno recondito, intorpiditi piacevolmente come dopo un viaggio intergalattico, all’ascolto di un chitarrista che sa parlare grazie alle sue corde. E non serve una mezza luna di cartapesta per fare un ingresso scenico. E nessuno zingaro francese farà tremare la mano di un pistolero di note come Tommy Emmanuel, primo grande ospite del San Severino blues che dopodomani si esibirà, alle 21.30, in piazza del popolo, nel cuore della cittadina settempedana. Così, quando un uomo si fa sinfonia, quando coccola, carezza, pizzica in effusioni straordinariamente amorose una chitarra, si capisce che Tommy Emmanuel è stato partorito da una cassa di risonanza emozionale, aperta al mondo da una chiave di violino. Il chitarrista australiano, maestro di fingerpicking, non a caso uno dei cinque chitarristi al mondo più influenti, insieme a Chet Atkins, Jerry Reed, Stevie Wariner e John Knowles, insomma i chitarristi che hanno il titolo CGP, Certified Guitar Player, è un prestigiatore di anime, che stupisce il pubblico ad ogni arpeggio o assolo, che con la musica raggiunge, taglia e fruga l’angolo nascosto di ogni essere umano, continuando ad estrarre conigli melodici e riverberi di sensazioni. E’ la prova inconfutabile che l’Australia non è popolata esclusivamente dalle specie animali più velenose, come avrebbe voluto farci credere un Mr Dundee qualunque, bensì da maghi umani, che plasmano l’aorta, gli atri e i ventricoli verso pulsazioni di vita. E la cosa si tocca con mano e orecchie, l’enfant prodige della famiglia Emmanuel quasi accordò la chitarra con il la proveniente dal suo primo vagito. Aveva infatti quattro anni quando iniziò a suonare lo strumento che sarebbe diventato una protesi delle sue intenzioni. Ne aveva nove, di anni, quando iniziò la sua carriera da chitarrista professionista suonando nella band di famiglia. Il bambino che era già uomo crebbe ancora di più, e vorticosamente, all’età di dodici anni, perché con la morte del padre il mi cantino si ingrossò, divenne un mi basso, capace addirittura di impartire lezioni di chitarra. Non è in effetti da tutti suonare una sei corde facendola sembrare una dodici corde, strapazzarla come fosse un banjo, sfiorarla come seni d’amante, darle spirito, un alito di vita che le impedisca di essere solo legno e metallo. Così si scivola lungo i tasti, col fingerpiking, martellando con le dita, come suonare un pianoforte, passeggiando lungo i solchi di una vita che l’hanno condotto ovunque, a suonare con artisti del calibro di George Martin, Stevie Wonder, Eric Clapton, Michael Bolton, Tina Turner, Cliff Richard, Olivia Newton John, John Denver, Hank Marvin, Bruce Welch, Joan Armatrading, Robben Ford, Albert Lee, Larry Carlton, Bill Wyman dei Rolling Stones. Ovviamente non poteva mancare nella sua Sydney nel 2000, in occasioni delle Olimpiadi, quando si esibì con suo fratello Phil durante la cerimonia di chiusura dell’evento sportivo. Ecco, Tommy Emmanuel non scenderà su di una luna disegnata, come l’Emmet Ray di Woody Allen, e non vedrà il fantasma di un Django Reinhardt dietro le colonne di piazza del popolo, ma sicuramente batterà i sentieri che condurranno alla galassia di sentimenti di cui è costituito l’essere umano, e proseguirà l’opera di chi la chitarra l’ha resa un vero e proprio strumento di miracoli.

(Nella foto Tommy Emmanuel)

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