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di Ilaria Piampiani

E’notte fonda nel porto di Civitanova Marche quando viene avvistato da una “affascinante Nausicaa del luogo”, la cantante Serena Abrami, un improbabile e moderno Ulisse che approda all’isola dei Feaci.
Così viene definito Simone Cristicchi al suo arrivo sul palco, sbarcando, nel vero senso della parola, sulle Rive a bordo di una umile e caratteristica barchetta. Avvolto da uno scrosciante applauso, corre per raggiungere il pubblico questo artista delle emozioni e dei ricordi, semplici e complessi allo stesso tempo, candido e sincero nel suo esprimersi. Così gli organizzatori hanno deciso di chiudere il Festival, attraverso l’energia e la fresca malinconia di un cantautore con gli occhiali, una riconoscibilissima massa di capelli ricci scompaginati dalla brezza marina, e con le sue parole pure e dirette. In nostra compagnia egli sfoglia il suo “Album di famiglia”, il nuovo disco che commuove e diverte, rinnovando il monito del ricordare sempre e comunque la fragile umanità investita dall’uragano del destino. Ci racconta la nostalgica vita dimenticata dell’attrice Laura Antonelli; recita il dolore degli esuli istriani costretti a lasciare una vita fatta di oggetti e di immagini, la casa e la terra che li ha visti crescere, amare e soffrire; la tragedia delle Foibe che hanno inghiottito non solo fascisti ma farmacisti, artigiani, operai; il Magazzino 18 del porto di Trieste dai corridoi fatti di mobili ammassati e sedie intrecciate, quaderni di scuola e giochi d’infanzia. Cristicchi ci racconta la malinconia dei cuori lasciati oltre il mare, in una terra non più posseduta ma comunque tanto cara.
Un brivido raggiunge la schiena dello spettatore quando il cantante ricorda con delicatezza i tre civitanovesi portati via dalla disperazione in Aprile, dall’ombra oscura della crisi che troppe vite prende in silenzio. I minuti passano e Cristicchi si dona con generosità al pubblico cantando un repertorio conosciuto e sempre nuovo all’emozione: si alza il vento e le tende del palco iniziano ad intrecciarsi alle luci e allo stesso interprete che ci lascia con un sorriso amaro e il ricordo di una serata magnificamente votata alla memoria.
Ma proprio per non peccare di ingiusta amnesia, ritorniamo ora, con un intenso sguardo retrospettivo, ai primi due giorni di questa manifestazione civitanovese tutta nuova e originale. Rive prende vita venerdì 5 luglio: i giardini di Lido Cluana si fanno palcoscenico per ospitare uno spettacolo animato da un fine di spassosa istruzione sulla tematica dei rifiuti. “Luna e Gnac, Rifiuti Umani”, illustra la quotidiana attualità in un vorticoso e coinvolgente succedersi di attori-clow-spazzini che si fanno interpreti delle tematiche più disparate e, allo stesso tempo, concatenate tra loro, tra cui cultura, economia ed ecologia.
Il venerdì continua con il dialogo sulle scottanti tematiche di giustizia sociale e ambiente con Marica di Pierri, giornalista e attivista che abbiamo già imparato a conoscere nella trasmissione Zeta di Gad Lerner. L’esposizione e la riflessione su questi stessi argomenti si concretizzano a poco a poco in un futuro caratterizzato dalla consapevole responsabilità umana nei confronti del mondo che ci ospita con generosità: ecco che “sorgono” e mettono le radici le “Città Sostenibili”, spazi abitati in armonia con la natura e il verde. Sono “città intelligenti” quelle descritte nell’omonimo libro da Andrea Poggio, Vicedirettore Generale di Legambiente, dove cittadino e habitat crescono e maturano insieme, in una vincente quanto originale sinergia.
La disperazione che si fa speranza ci viene raccontata a cuore aperto da Don Vinicio Albanesi, uomo tra gli uomini che combatte le sfide e le brutture del nostro tempo, ponendosi in prima linea in difesa dei reietti della società, con il fine di riscattare la loro identità e incentivarne un reinserimento in una società a volte troppo indifferente.
Il Rive festival continua ad affascinare il suo molteplice pubblico al Teatro Cecchietti con “Pinocchio- il Paese dei Balocchi”, una rappresentazione, quella di Babilonia teatri, pop-rock che grida, si svela, si sveste di qualsiasi orpello per rivendicare l’umanità più vera, tra domande esistenziali su sogno e realtà, in uno scambio incessante tra i ruoli sociali. Le luci del mattino seguente baciano anche i fortunatissimi eventi che riempiono palchi, piazze e cortili di Civitanova Alta nel secondo giorno del festival, tra l’arte di Mario Luzi e la solitudine della sua “Figura”, un’io su di uno sfondo neutro e vuoto, e l’incontro con “Pachamama”, la Madre Terra che ci accoglie e ci nutre assorbendoci nella sua anima.
E dall’origine di ognuno di noi, da questo humus fatto di archetipi, ritorniamo sui tanto nostalgici banchi di scuola con Alex Corlazzoli e la sua fiducia nel buon insegnamento che resiste diffondendo valori fondanti come giustizia e libertà. Il pomeriggio prosegue con il racconto sensibile e pacato che parla di un dolore delicato, quello dato dall’impossibilità di diventare mamma: le “Difettose” attraverso le intense voci di due donne-attrici, Eleonora Mazzoni ed Emanuela Grimalda, narrano il “ritratto risoluto di una generazione di donne che vuole entrare nella maturità a testa alta”, in armonia con se stesse.
La maternità, e l’impossibilità di raggiungerla, rappresenta il fil-rouge in “Rina, una favola vera”, che coniuga due realtà differenti tra loro, quella di una industria farmaceutica e di un convento di clausura dove il velo viene tolto per lasciar posto alla naturale femminilità dell’essere più inconscio di chi abita in un monastero.
Cala la sera sulle strette vie del borgo della città alta e le scene cambiano, gli artisti e i diversi narratori si succedono, così come gli spettatori. Ecco “Io/Tu- il futuro dei ragazzi”, docufilm diretto da Claudio Gaetani sulla realtà dei giovani e il loro bisogno di esprimersi, aprire le danze della seconda notte di Rive. La platea del Teatro Annibal Caro viene, invece, sconvolta e sorpresa dall’eterea Flavia Mastrella e dall’istrionico e folle Antonio Rezza, “coppia vagante e stravagante che da alla luce Io, figlio lunato e stralunato” nutrito e fatto crescere in un piccolo mondo, palestra fisica e mentale. Sono le 22 e 30 e Piazza Libertà s’infuoca sulle note di un cantastorie geniale, Luca Bassanese e della Piccola Orchestra Popolare, che interpretano un Nuovo Mondo Possibile fatto di parole e musica.
Si giunge così all’ultimo giorno: il racconto continua sulla scia dell’educazione al riciclo, le lodi alla bellezza del nostro Bel Paese ritratta dalla fotografia naturalistica e difesa per un futuro privo di crisi. Il tramonto ci accompagna all’area portuale dove, tra musica e buon cibo, si accoglie l’estate, con i suoi colori e le sue luci. Le barche, i riflessi di un sole ormai nascosto e il rilassante suono prodotto dalle onde fanno da sfondo a due tematiche attuali quanto portatrici di una sofferenza indiscussa: Giuseppe Gulotta presenta con “Alkamar” la sua ingiustizia, la sua libertà strappata e un calvario che lascia il segno, e Saverio La Ruina mette in scena “Italianesi”, la tragedia di soldati e civili italiani prigionieri in Albania e dimenticati per quarant’anni in campi di lavoro per la sola colpa di essere italiani.
Così, dunque, arrivano le 23.00 e ritorniamo al punto di partenza, alla voce raffinata di Serena Abrami e alla sensibile lucidità di Simone Cristicchi, incontro “omerico” e intenso che chiude tre giorni di emozioni.
Così Civitanova si rivolge alle sue stesse Rive, come la Teresa di De Andrè, guardando per l’ennesima volta il suo mare, ammirandolo e forse un po’ chiedendogli scusa per l’indifferenza e la superficialità con cui ci approcciamo ad esso. Ogni spettatore è stato messo alla prova, è stato coinvolto e sconvolto, ci è stato insegnato qualcosa e qualcosa abbiamo il dovere di ricordare. Forse è proprio nel ricordo che rinasciamo, che ritorniamo alle radici, che riapproviamo alle nostre più care Rive.