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di Alessandro Seri

Ormai sembra che persino le statistiche abbiano compreso alcuni concetti palesi ma che per lungo tempo apparivano impercettibili a chi per scelta o per vocazione si è preso il ruolo di guidare. C’è una provincia nel centro dell’Italia, quella dove vivo, quella dove L’Adamo è nato, che da anni ha intrapreso un percorso di mutamento sociale ed economico. Dove prima si viveva nella convinzione salda che un artigianato di altissima qualità, abbinato ad una piccola industria settoriale (calzaturiera e tessile) di stampo familiare, sarebbe bastato a concedere benessere ad un distretto intero, ora si assiste alla trasformazione. Non tutti purtroppo se ne accorgono, e molti fanno finta di non aver compreso la portata dei cambiamenti. Il mutamento in atto sta portando assai velocemente verso un’economia basata sull’industria turistica e culturale, l’unica reale ancora di salvataggio in quanto unico vero prodotto ad altissima competitività e per di più inimitabile.

Ormai solo gli stolti non si sono accorti che l’industria tradizionale, purtroppo, per essere competitiva sul mercato globale, necessita di una manodopera a basso costo che, nonostante il semi sfruttamento di una o due generazioni contemporanee, noi non possiamo permetterci se non andando incontro ad un depauperamento economico e, ancor di più, sociale. L’unica possibilità di sopravvivenza   che abbiamo sta nel puntare tutto, ma ribadisco e sottolineo tutto, nel settore della promozione del territorio attraverso le sue attrazioni storiche e geografiche e attraverso la sua vocazione culturale.

Uno studio del professor Calafati, redatto per la Camera di Commercio di Macerata e per la Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata già nel 2009, tracciava una evidente linea di demarcazione tra un prima e un dopo socio economico e su queste basi in molti, ma non tutti, hanno iniziato a lavorare con solerzia e convinzione in modo da accompagnare il mutamento e renderlo reale nel più breve tempo possibile. La nota crisi economica ne ha accentuato la necessità e ancora di più ha reso visibile quanto poco pronta ai cambiamenti fosse la nostra forma mentis, quindi il nostro perimetro geografico. Uno tra i blocchi che impediscono una riuscita completa di questa trasformazione sta nel non comprendere quanto la produzione culturale nostrana sia di altissima qualità e quindi di conseguenza la provincialissima (in senso negativo stavolta) abitudine ad affidare le proprie strategie di sviluppo, anche culturali, a soggetti che non sono completamente coesi con il territorio.

Questa non proprio lungimirante tendenza ha creato nella diffusa fascia dei produttori di cultura del territorio una frustrazione sfociata in una doppia conseguenza: o si è scelto di portare altrove le proprie capacità favorendo così altri luoghi, altri mercati culturali; oppure ci si è ridotti ad una concorrenza spicciola e di campanile, votata all’autodistruzione. A incentivare tale diaspora credo siano state anche alcune visioni piuttosto miopi che le nostre guide hanno dimostrato di avere. Una colpa sostanziale, che però va superata in modo da far riacquistare ad ognuno il proprio ruolo. La generazione che rappresento e quelle che verranno a seguire potranno affrontare la sfida di un cambiamento epocale soltanto con l’apporto fondamentale di chi si assume la responsabilità della guida e della programmazione culturale, a patto che essa sia disinteressata e abbia una visione lungimirante.

Credo si debba perseguire la strada della valorizzazione delle eccellenze culturali non dimenticando mai però che queste famose eccellenze sono il frutto di un lavoro plurale, diffuso sul tutto il territorio della provincia; credo si debba valorizzare ciò che ha già una sua visibilità nazionale e internazionale senza però dimenticarsi di quella dimensione che ha contribuito alla crescita culturale della provincia stessa, fatta di associazionismo produttivo, di piccole realtà. Ora quando queste piccole realtà, per necessità, per ritrovata coesione, per visione futura decidono di unire le proprie forze, le proprie competenze, i propri talenti, esse assumono una forza contrattuale che prima non avevano e grazie a questa forza acquisiscono il diritto a competere nella nascente industria culturale.

Credo che tutti siano coscienti che il mercato, anche quello culturale, si basa sulla competizione ma la competizione deve essere leale (in Italia è così?), non deve essere influenzata da fattori esterni, da conventicole, da poteri altri, da intrusioni di vario genere e soprattutto deve avere regole trasparenti. Per ora ho l’impressione che le regole in questa fase non esistano e laddove esistono non hanno quella trasparenza necessaria.

Ho in mente l’idea che a questo territorio serva, per continuare questa strada, un polo di produzione culturale dal basso, una specie di spazio laboratorio dove si possa godere della contaminazione delle arti, dove la sperimentazione è regola e dove si possa preparare quell’avanguardia culturale che poi in breve si trasforma in eccellenza. Ho in mente che è stato già fatto in passato con risultati più che soddisfacenti, ho in mente che in ogni città europea evoluta è stata compiuta la scelta di creare un polo di produzione culturale. Ho in mente gli esempi avanzati di Marsiglia, Barcellona, Berlino, Manchester, dove la cultura dal basso ha prodotto grandi festival ma anche grande ritorno economico e di conseguenza ottima qualità della vita.

Però ho in mente anche città italiane dove si è puntato sullo sviluppo creativo associando spazi in disuso e archeologia industriale alla produzione culturale. Poi alla fine ho in mente la mia città che a ragione si sta spendendo nel perseguire la via dell’economia culturale. Ho anche bene davanti agli occhi però una snervante lotta intestina tra poteri non proprio trasparenti che si sostituiscono a chi fa produzione culturale; questo tira e molla, questo contrasto è tutto incentrato sull’accaparrarsi di spazi perché si sa che più ci si espande e più si acquista potere, anche nel campo delle attività culturali.

C’è un caso in questa mia città che bisognerà monitorare con estrema cura perchè esso possa trasformarsi da luogo vuoto in spazio per la sperimentazione culturale (teatro, danza, musica, letteratura, arti visive, cinema, connessioni con l’architettura, la filosofia, la psicologia, l’economia), credo che stavolta la partita non potrà essere giocata ad un tavolo per pochi, credo che i grandi enti abbiano già i loro spazi dove elaborare una produzione culturale di massa, generalista. Credo che a questo punto il diffuso associazionismo, la cultura dal basso verso l’alto abbia finalmente diritto ad un luogo fisico dove la sperimentazione sia accolta senza remore, un luogo dove la produzione culturale, quella che sta rendendo possibile la trasformazione di questa terra, trovi una sua destinazione finale. Ho in mente la cultura, quella che tendenzialmente sta vent’anni avanti rispetto alla società, ho in mente l’ex mattatoio di Macerata ed ho bene in mente che debba essere destinato all’enorme volume produttivo che l’associazionismo vanta. Una casa delle culture aperta, trasparente, vitale con un calendario di eventi minori lungo tutto l’anno, con una gestione collegiale, con collegamenti efficaci per il centro storico e verso tutti gli altri quartieri, anche le periferie. Ho in mente l’Europa che già ci appare stretta.