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sergio zavoli-2

di Alessandro Seri

Partiamo da chi non c’era e avrei voluto tanto che ci fosse, partiamo da Gianni Mura di cui con gran rammarico ho visto soltanto un cartello appeso, tanto triste a dire il vero, sul muro dell’ingresso del cortile dove si avvisava che l’appuntamento era saltato e così mesto e chino come quando la rinuncia prende il sopravvento, ho virato verso una libreria a godere del profumo della carta. Che già tanto avevo appreso il giorno precedente quando tra il verde finto ma riuscito del cortile di palazzo Conventati avevo ascoltato i racconti di una vita dal diretto interessato, Sergio Zavoli per chi volesse essere curioso. Un signore gentiluomo pasteggia a parole misurate affiancato da due volenterosi interlocutori mentre tutta una platea spostata a sinistra ascolta.

A questo punto mi sono chiesto: – Sarà mai che questa sinistra è sempre in cerca di padri? Tanto da cambiarne uno al mese, basta che in qualche modo nel corso degli ultimi anni questo presunto padre si sia eretto almeno una volta contro lo strapotere della volgarità di Berlusconi e della sua cerchia di nani e ballerine? –

Zavoli è seduto al centro, con un microfono davanti al volto che sembra arnese di lavoro e al tempo stesso forma estrema di difesa. Si inerpica su per alcuni sentieri da narrare e interloquisce a stento con gli altri suoi sodali. Troppo spessore, troppa differenza. E poi con l’inevitabilità della professione inizia a esaminare più della poesia, il mezzo a lui più accostabile: la televisione. Parla di quella odierna e sancisce senza tanta mediazione che dentro la scatola dispensatrice di immagini tutto avviene in fretta, che i televisivi sono costretti dentro una perenne competizione mercantile e finiscono per parlare (ovvero a parole esprimersi ) male. Il tutto fatto scientemente, mica a caso, fatto con una volontà maliziosa, fatto per assecondare i ritmi del contemporaneo, ovvero torna anche qui il concetto di mercato. Finisco per ricordare una tesi che ascoltai qualche hanno fa durante un viaggio in macchina tra Ancona e Macerata, da Concita De Gregorio, giornalista della mia generazione tra le poche con il coraggio di dire in faccia al pubblico di un convegno che persino i talk show presunti seri, in tivvù sono caricature della realtà, dove parlare sopra gli altri, interrompere un concetto, urlare più forte, fa tutto parte del gioco. Sergio Zavoli dall’alto dei suoi anni, con grazia, con tono pacato emette la sentenza: – nell’arena televisiva, persino nei telegiornali, non c’è rispetto per chi ascolta, e l’idea di approfondimento è relegata ad orari impossibili. – D’altronde la scatola ha da un pezzo abdicato al suo ruolo di educatrice di massa trasformata com’è a guazzabuglio generalista, riassunto da anni nel più triste e televisivo dei riassunti: quel Blob che ha raccontato la banalità di se stessa, sora Tivvù.

Dietro la rarefatta aria di un tardo pomeriggio maceratese quest’uomo d’esperienza, questo da poco ex presidente della commissione di vigilanza sulla Rai ammonisce il pubblico credulone, dice che non abbiamo noi, un’idea reale del potere condizionante del mezzo in questione, racconta che i “poteri” (quali mi chiedo? Quello economico? Politico? Religioso?) intervengono spesso sui giornalisti, sugli autori, sugli anchormen televisivi chiedendo di tacere la disperazione o quando è inevitabile passarla veloce; un pubblico consapevole della disperazione non è appetibile, rischia di non lasciarsi condizionare a dovere, come serve. Zavoli cita Silone a fine di questo ragionamento quando la previsione di Secondo Tranquilli sul futuro (nostro odierno) era “parlare e mentire si sovrapporranno, parlare o mentire sarà la stessa cosa”. Forse dopo tanto disincanto quest’uomo colto e pacato che ho davanti ha bisogno di dare un po’ di fiato ai cinquanta umani seduti ad ascoltarlo. Sembra, ci dice, che siano passate circa cinquantatremila generazioni e suddividendole a gruppi di tre quattro generazioni alla volta, sembra che all’interno del gruppo ci sia sempre stata una generazione portatrice di enormi disastri ma inevitabilmente ce n’è stata una successiva capace di fare un passo avanti più lungo rispetto ai disastri di quella precedente. C’è negli umani un ostinato ottimismo, probabilmente congenito dico io, esso esiste naturalmente, altrimenti non si spiegherebbe come, anche in epoche disperate come la nostra, si possa continuare a mettere al mondo figli, creare nuove generazioni. L’umanità crede nel suo futuro altrimenti se usassimo un metro razionale, se mettessimo sul tavolo della storia i disastri, le guerre, la disperazione, l’orrore come scriveva qualcuno, chi avrebbe più fede nel destino dell’uomo.