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di Elisa des Dorides

Il dopo Festival universitario a Macerata si chiude in bellezza dopo giorni di musica, mostre e dibattiti. LogAut Macerata, collettivo di studenti e precari, giovedì 6 giugno anima  il cortile di Filosofia sin dalle 17 organizzando la presentazione dei libri Blam e Blorch, fumetti realizzati da Maicol&Mirco. Vengono da Grottammare (AP) entrambi e scrivono/disegnano brevi e lapidarie storielle. E non si può dire che siano  ironiche,  piuttosto l’aggettivo giusto è spietate. Pupi schizzati in nero su sfondo rigorosamente rosso fuoco: se non amate allusioni sessuali feroci e bestemmie di tanto in tanto, non è il tipo di fumetto che fa per voi.
Dopo la proiezione della prima stagione de Gli scarabocchi animati del regista Giordano Viozzi, si è dato spazio ad un lungo aperitivo nell’attesa della serata che ha visto ospiti due gruppi musicali etichettabili a fatica: Gronge e Fuzz Orchestra. Il palco è già pronto sin dal pomeriggio ma i suoni attaccano intorno alle 23 circa. Giusto il tempo di far riempire il cortile dell’Università tra una bevuta e l’altra. I primi a scuotere i muri di Filosofia sono i Gronge, storico gruppo  di Roma che dal 1985 fracassa palchi con il loro techno/punk/cabaret: così amano presentarsi. Tra i primi, assieme ai torinesi Franti, a mettersi in gioco autoproducendosi, sono dei rumoristi nati, tra esibizioni teatrali e dissacrazione dall’accento romanaccio. L’elettronica martellante e ipnotica spinge sulla ritmica di un basso instancabile: voce, batteria, chitarra e l’armamentario per campionamento. La gente è timida e rigida solo per poco, poi il palco è accerchiato da gente che cerca di capire la loro ironia vomitata a slogan e, allo stesso tempo, continua a ballare. Una danza a singhiozzi quella dei Gronge, una poesia urlata e  raccattata dalle strade, dagli allucinati dei tempi che corrono, o che non scorrono più. E’ un nichilismo interpretato e diretto, che passa attraverso le pieghe infette della  realtà, il tutto accompagnato da un grottesca visione dell’inevitabile, come La morte va di moda. “Che strani che sono” ripete qualcuno e strano sia, come voce fuori dal coro, come sguardo gettato agli angoli bui di quello che è dato per scontato. Del resto, da una band che ha intitolato un suo album Senile Agitation con gentile e non troppo nascosta dedica a Giovanni Lindo Ferretti, non potete mica aspettarvi i ritornelli che vi propinano a Sanremo.
Per non far riposare l’udito, poi, iniziano i Fuzz Orchestra direttamente da Milano. C’è dell’entusiasmo tra il pubblico, li si aspettava, loro che hanno destrutturato il metal e l’hanno ricomposto con contaminazioni ed incursioni di diverso genere. I Fuzz Orchestra sono tre: vestiti in giacca e camicia, ambigui individui che si scassano sugli strumenti inarrestabilmente tra sudore e ghigni soddisfatti. Un’orchestra di schegge impazzite che gonfiano il noise tra mixer, campionatore e giradischi che produce voci registrate abili a rivestire con coerenza i suoni. Erosivi e detonanti, psichedelia e melodie jazzate si sposano in un delirio che ha degli ipnotizzanti echi tribali. Mancano cinque minuti all’una e stanno ancora suonando. Sul finire la band regala la tempestosa Morire per la patria, riottosa e tagliente come poche altre, brano che da spazio a prolungati momenti di pause  e riprese strumentali, silenzi ed esplosioni, come  tragica successione e arresto di colpi in guerra.
“E’ bello morire per la patria”…all’Univeristà di  Filosofia, ogni tanto, non si filosofeggia solamente, ma si riflette attraverso scariche elettriche di musica fuori da ogni altro cortile simbolico.

(in foto Fuzz Orchestra)

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