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Ilari Giacomo  - Paesaggio Marchigiano n.1

di Lucia Cattani

Dolce, sereno, privo di punte. Nelle belle giornate si vedono tutte le piante luccicare, e vi trapela un fondo di terracotta chiara, che la sera si fa rossastra. I colli sono tondeggianti, con prati lunghi, disseminati a intervalli di grandi alberi solitari.

Questa descrizione carica di poesia è la visione di Giacomo Ilari dei suoi amati colli marchigiani, che hanno accompagnato l’intero corso della sua vita e la sua formazione autonoma, da autodidatta, di artista. La sua sensibilità ha scelto di manifestarsi attraverso gli strumenti della fotografia, e il frutto di un’esistenza di osservazione del paesaggio e di profondo attaccamento ad esso e alle sue suggestioni è oggi esposto fino al 15 giugno alla Galleria degli Antichi Forni di Macerata, sotto il nome di Paesaggi Marchigiani.

L’espressività del bianco e del nero riesce a definire appieno l’atmosfera profondamente introspettiva di cui sono pervase le opere fotografiche dell’artista, che è noto per aver ottenuto importanti riconoscimenti in concorsi fotografici nazionali. Ilari ha inoltre presentato le sue fotografie in svariate esposizioni;  iscritto alla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche,  è stato insignito della prestigiosa onorificenza AFI (Artista della fotografia italiana).

La mostra è stata inaugurata lo scorso 5 giugno e subito accolta in maniera entusiastica: senza dubbio il tema, ribadito dal nome della collezione Paesaggi Marchigiani, ha attirato l’attenzione e la curiosità dei Maceratesi ma non solo, come rivela il quaderno dei visitatori. Senza dubbio non poteva tenersi in luogo migliore una simile esposizione: nel cuore delle colline marchigiane, in una cittadina luminosa come Macerata ed inoltre nel tepore accennato che pervade i pomeriggi di giugno. Gli Antichi Forni che accolgono le opere ne esaltano il significato, da cercare nel passato comune a ciascuno che sia originario di questa regione, un’atmosfera irradiata di tradizioni secolari, di vita faticosa nei campi, di alberi dai colori cangianti a seconda del volgere delle stagioni, di cantilene che sembrano essere sempre esistite, dell’odore profondo della terra coltivata, dei virgulti selvaggi degli orti mediterranei che profumano ora di mare, ora di roccia, ora di neve.

Le opere fotografiche di Ilari sono pervase da questo immaginario agreste e nostalgico: i paesaggi sembrano in grado di evocare sfumature estremamente diverse fra loro, pur colte senza grande distanza spaziale. Il silenzio è protagonista nel movimento delle linee e delle nubi, l’uomo e il contemporaneo con tutti i suoi orpelli e le sue forzature sembrano inesistenti. Probabilmente l’artista crede profondamente nell’importanza della tradizione, e nella saggezza e nel vigore che solo la terra può ancora testimoniare, in un indicibile gioco di metamorfosi immobili e di forme inaspettate, quasi irreali come quelle racchiuse in uno dei campi di cipolle impressi in alcune opere. Il bianco e nero astrae, rende paradigma ciò che è quotidiano, in questo caso, ma senza appesantire la percezione del paesaggio, senza edulcorare la bellezza espressa dalla dignità di un ambiente semplice, di commovente dignità. È forse un’esortazione a ricercare se stessi nella natura quella racchiusa nei campi in bianco e nero, costruiti di luce e sfumature e memorie d’infanzia fatte di corse nei campi infiniti, tra nuvole fluide e improvvisi acquazzoni. Ora che le stagioni sono scandite da motori soffocanti e insopportabili afe cittadine, ora che la nevrosi sembra corrodere nell’intimo le generazioni dell’asfalto e delle ciminiere è avvertito il bisogno di semplicità e quiete, il desiderio d’introspezione ed empatia con la natura.

Del tutto coerente con questa espressa volontà, Giacomo Ilari stampa personalmente le proprie fotografie, approcciandosi nel modo meno tecnologico e macchinoso allo strumento fotografico. Inizia infatti a fotografare nel 1954, a poco più di trent’anni, con una fotocamera a soffietto, per far diventare la camera oscura un vero e proprio strumento di poesia, fino all’espressione finale di una fotografia molto intima, soggettiva, momento di riflessione e quasi di catarsi.

Molte delle opere sembrano adombrate da un velo di malinconia e rammarico, una sorta di nostalgia che difficilmente si può pensare di evincere da un paesaggio dinamico e vivido come quello marchigiano: Ilari riesce in questo, è riuscito a cogliere le sue ombre, il suo dramma individuale nell’esterno, in quello scenario così amato e familiare da divenire proiezione stessa della sua interiorità. Attraverso la fotografia, quel sentire la natura di cui l’artista voleva essere fautore tramuta in un sentire se stessi attraverso la natura, in un gioco di danza tra nostalgie, tradizioni e la dolce armonia dei colli marchigiani.

(in foto: un’opera di Giacomo Ilari esposta alla mostra degli Antichi Forni)

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