Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

DSC00015

di Arianna Guzzini

Corpo e crudeltà. Due espressioni emblematiche, evocative, che risuonano plasmate d’ambiguità. Corpo e crudeltà mostrano molteplici facce, volti macchiati da ombre a metà. Sono queste le due parole chiave su cui ruota il workshop dell’Accademia della e Belle Arti curato da Franko B, pensato e strutturato come un vero e proprio percorso di riflessione, che si snoda attraverso il tema delle immagini e delle politiche nella società e nell’arte contemporanea. Nelle giornate del 3 e 4 giugno saranno ospiti dell’Accademia ospiti di fama internazionale come Ron Athey, artista americano fra i maggiori esponenti della body art del XX secolo, il quale discuterà riguardo il suo lavoro degli ultimi vent’anni ispirato ai testi di George Bataille e all’impatto causato dal diffondersi dell’aids; Francesca Alfano Miglietti, critica e teorica dell’arte, docente all’Accademia di Brera; Yann Marussichartista, performer che ha solcato la scena negli ultimi dieci anni e che presenterà una sua performance; l’artista e antropologo Adrien Sina, che terrà una conferenza sul tema della crudeltà; l’artista e performer Ivana Spinelli ed infine l’artista Yesenia Trobbiani.
Ora però è bene sciogliere un nodo fondamentale: perché corpo e perché crudeltà? Crudeltà come crudezza, ossia realtà, una visione che può assumere forma effettiva solo attraverso il corpo, poiché unicamente per mezzo della gestualità è possibile dar luogo ad un’interazione, dal momento che anche il parlare è un vero e proprio atto, una maniera di rendere il pensiero concreto ad accessibile. Dunque, tanto per essere chiari, il corpo come unica forma capace di rendere possibile ogni forma di linguaggio. Intervistando Yesenia Trobbiani risulta evidente anche di come la tematica delle immagini e delle politiche nella società e nell’arte contemporanea si leghi così fortemente al concetto di corpo e crudeltà. Innanzitutto l’arte, di qualsiasi foggia essa sia, non può più inoltre fungere unicamente da terapia, ma essa deve necessariamente confluire nel sociale. Se si tenta anche solo per qualche istante di addentrarsi nell’opera Delcibo, che questa giovane artista presenterà all’interno del workshop, ci si renderà immediatamente conto che non esiste più alcuna premessa che possa favorire e sostenere ancora univoche e solipsistiche rappresentazioni del vero. Tutto ciò che scaturisce dal personale non può che sfociare nel politico, nel sociale. Delcibo è l’esito finale di un lungo percorso che prende avvio dal problema del disturbo alimentare di Yesenia, ma che non possiede come perno primario unicamente questo aspetto legato al cibo, ma si spinge oltre il rapporto che un singolo possiede con esso e tende piuttosto al recupero del suo valore all’interno di una collettività e alla scoperta della ritualità che vi è legata. PASSO PRIMO: Il libro dei numeri. Ho iniziato questo quaderno con l’intento di riprendere contatto con la bidimensionalità nel 2011. È noto che non mi piace scrivere, tanto meno per essere letta (…). Sono solita contare e accostare un numero all’altro secondo una logica legata al suono stesso del suono nella lingua italiana. Contare diviene il metodo per controllare il cibo. Una questione di peso, non esattamente. Una sorta di rito mentale: prendere con la forchetta pezzetti di pasta in numero dispari, afferrare una sola volta in punta di dita la molliche del pane rimaste sul tavolo a fine pasto. Le pagine del libro sono colme di numeri a cifra unica, disposte geometricamente, evocate per associazioni dal quotidiano, accostate a frammenti di alimenti posti sulla carta a testimonianza della trasformazione della materia organica nel tempo. Il risultato è un mantra del cibo, una sorta di formula magica che ricorda e rievoca il percorso in ogni suo sviluppo. PASSO DUE: 10.10.11.11. , lo scambio del cibo. 61 cornici in legno raccolgono la documentazione di un’ “azione silenziosa”: lo scambio della spesa. Condividendo l’abitazione con altra persona, l’intento e l’esperimento è quello di tentare di alimentarsi a vicenda. L’una doveva decidere il tipo di cibo e la giusta razione per l’altra. A testimonianza di questa prova vi sono una tabella ideale delle razioni e gli scontrini incorniciati. Si ha così una reale ricerca dell’altro che permea gli istanti del quotidiano, fino ad evidenziare l’estrema difficoltà dell’acquisizione dei ritmi e delle abitudini di esso, ma anche l’indispensabile ed imprescindibile dipendenza che si ha nei confronti delle relazioni umane. PASSO TRE: HOMEMADE, fatto in casa, casareccio. Un progetto realizzato con la collaborazione di Lisa Gelli che prevede sia un’istallazione che una performance. Entrambe lavorano sulla relazione, ma in due direzioni diverse: la prima sull’assenza e l’altra sulla presenza. L’istallazione prevede una tavola imbandita per due. In una sedia vi è Lisa, o meglio la sua immagine, dal momento che la ragazza non è presente fisicamente, ma è la sua rappresentazione che appare nell’atto di mangiare per mezzo di una video-proiezione. L’atra sedia è vuota, aspetta qualcuno che la occupi. L’invito a sedersi risulta chiaro, ma la sensazione dell’impossibilità di interagire con la persona con cui si sta mangiando è tremenda: è il senso della relazione negata, se pur ricercata con pazienza e discrezione. Il gesto del nutrirsi a questo punto sembra non essere più un semplice automatismo, ma un modo per creare un contatto attraverso un’azione condivisa, abituale e dunque intesa come unificatrice. PASSO QUATTRO: Delcibo. Esiste una ritualità nell’azione del magiare ed una anche nel cibo stesso. Il rito del couscous prevede che la pietanza sia messa al centro della tavola e che siano rispettate precise turnazione per iniziare a mangiare. Inizia il capo famiglia, poi i figli maschi. Si magia con le dita: con un dito mangia il dio, con due il saggio e con tre l’uomo, colui che ne usa quattro non è degno di fiducia. Nelle nostre campagne esisteva un rituale simile per la polenta: esposta al centro della tavola, il capo famiglia dava avvio al pasto prendendola per primo con le mani, gli altri componenti attendevano il gesto iniziale. La prima versione dell’opera era stata presentata da Yesenia durante la sua tesi: un tavolo nero imbandito con cibo nero. Gli alimenti erano esposti secondo una precisa struttura drammaturgica, ma sono riusciti a mantenerla unicamente il tempo necessario per la conclusione dell’esposizione della tesi: inaspettatamente tutti coloro che vi avevano assistito prendono a magiare, senza aspettare un qualche invito. Tutta la drammaticità del nero viene divorata e sembra quasi che gli improvvisati conviviali stiano ingurgitando, afferrandolo a piene mani, il senso di morte e di timore del non conosciuto che questo non colore possiede. Se Yesenia voleva indagare l’interazione cibo-persone, ci è riuscita al primo colpo. La seconda versione di Delcibo, che sarà esposta per il workshop, assume invece la cromaticità del bianco. Bianco e nero sono due colori che appartengono solo apparentemente agli estremi del loro campo. Prima di tutto sono entrambi dei non-colori ed in secondo luogo anche il bianco ha in sé il valore della morte, in particolare se si pensa alle culture orientali. Sono dunque due varietà cromatiche che anziché contrastare l’una con l’altra risultano essere complementari.

foto di Yesenia Trobbiani