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q-berni

di Alessandro Seri

Da un luogo bello e decadente con lampadari enormi di primo novecento scrivo sulla lontananza, sulla malinconia del non essere a casa e penso subito agli immigrati italiani in tutto il mondo quelli partiti negli stessi anni dei lampadari qui appesi, quelli partiti subito dopo la guerra, quelli degli anni sessanta dell’immigrazione interna, quelli di oggi divisi tra giovani cervelli in fuga costretti ad emigrare perché in Italia la disoccupazione under trentacinque tocca il quaranta per cento e quelli non ancora italiani ma disperati che dai tanti sud del mondo sulle carrette del mare, nei doppifondi dei tir imbarcati sulle navi cargo sbarcano in Italia in cerca di un lume di futuro, la luce di una candela che si chiama speranza.

Non so cosa pensare di quegli idioti che hanno affisso nella mia città un manifesto che invitava un medico oculista donna, ora ministro, ad andarsene da questo paese. O forse lo so cosa pensare, penso che sono fatti della stessa pasta di quelli che non fanno nulla per far restare i migliori italiani qui a sviluppare idee, innovazione e un rinascimento nuovo e ora più che necessario. Sono gli stessi imbecilli che negli stadi ululano per il colore della pelle dei calciatori, gli stessi microcefali che inneggiano a se stessi, ai loro ventri flaccidi urlando “prima gli italiani” senza capire che quelli che stanno offendendo sono molto più italiani di loro perchè italiani, cari fazzoletti verdi, cari fasci perdenti, lo si è nel cuore, italiani lo si è se si ha voglia di viaggiare, di scoprire mica di stanziare nell’illusione di una civiltà come voi fate.

Mio figlio in terza elementare ha da sempre compagni con genitori peruviani, brasiliani, senegalesi, rom, piemontesi e sardi, tutti italiani e non fa nessuna distinzione in categorie di questo tipo ma solo li chiama per nome e li classifica tra prepotenti e studiosi, tra simpatici e antipatici. E quando ci parlo di queste cose mi accorgo di quanto anacronistico sia il tema che sto trattando a causa vostra razzistellii di ritorno che nulla conoscete della storia patria che nulla sapete degli italiani veri e delle loro sofferenze, di quelli come mio nonno che per i primi anni in argentina veniva apostrofato “Tano de mierda” (e tano stava per italiano). Eppure a chiamarlo in questo modo erano quelli che prima gli commissionavano le case da tirar su e lui assumeva operai di ogni nazione e non li misurava per latitudine o longitudine ma per la capacità di stendere pianciti, per la voglia di riscatto sociale, per la capacità di verificare ad occhio il filo a piombo, per la cura nel lavoro ad arte.

Soltanto qualche anno dopo quelli degli insulti passeggiavano mezzi disperati per la crisi lungo le vie costeggiate dalle case costruite da Tullio e dai suoi operai e ogni tanto, spesso in verità, andavano nei cantieri nuovi a chiedergli lavoro.

Io proprio non li capisco sti quattro gatti che ancora rivendicano “prima gli italiani” quando sarebbe più saggio anche per loro urlare ai quattro venti prima il merito, prima la qualità, prima gli onesti e quelli che hanno una visione. Sul mare, fascistelli cari, sono passati anche i vostri nonni e ci sarebbe da esserne orgogliosi e ci sarebbe da essere fieri di quelli che con il coraggio che a voi ora manca s’imbarcano su delle bagnarole per attraversare il mare, oppure lasciano gli affetti per dare un senso a quel po’ di futuro che a tutti c’è dato avere.

C’è un signore anziano, albanese presumo, che all’uscita dalla scuola frequentata da mio figlio, attende tutti i giorni i suoi due nipoti scampati a una tragedia, indossa sempre pantaloni grigi e un cappotto nero sopra la giacca anch’essa grigia. Non sono indumenti comprati qualche settimana fa, e inevitabilmente lo si nota in mezzo alla marea di jeans attillati delle mamme coi capelli fatti, ai piumini gialli di qualche babbo presunto sprint, in mezzo agli anelli d’oro sporgenti di alcune nonne un po’ eccessive. All’uscita della scuola c’è sempre un brusio, una confusione di chiacchiere inutili sul nulla e sui vestiti, sull’ultimo modello di cellulare, sulle vacanze prenotate in anticipo per cogliere la migliore offerta. E anche in mezzo a questo ciarlare fastidioso il silenzio del signore, presunto albanese, si evidenzia tanto da incuriosirmi fino ad osservarlo con attenzione e coglierne la dignità (che spesso di questi tempi è una parola sconosciuta), l’estrema attenzione nell’essere puntuale, il saluto rispettoso alle insegnanti e quando come un’orda che reclamante libertà gli alunni escono dopo otto ore di tempo pieno, l’unica persona davvero tenera con i bambini, gli unici occhi che se fossi piccolo vorrei incrociare, sono i suoi. Questo forse dovremmo insegnare ai nostri figli nativi digitali, questo forse dovremmo riconoscere alle generazioni nuove.

C’è un’Italia nuova, forse persino migliore di quella attuale e a costruirla, così come capitò per gli stati oltre l’oceano, contribuiranno tanto gli immigrati in cui ritrovo la stessa schiena dritta di mio nonno, la stessa premura per i figli, gli stessi occhi teneri, gli stessi gesti fuori dalla scuola.

(Il dipinto riportato è dell’artista Antonio Berni e si intitola “L’Italia grande d’Argentina”)

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