Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

ricci

di Camilla Domenella

Banale e scontato sarebbe affermare “la Cina è più vicina”, oltre che non vero. La Cina è innegabilmente, ancora, un paese lontano, tanto geograficamente quanto culturalmente. Se la si vuole incontrare, l’unica cosa da fare è avvicinarsi.

E’ quanto fece Matteo Ricci, più di 400 anni fa.
Con la mostra permanente “Un incontro di civiltà. Padre Matteo Ricci, ambasciatore d’Europa nella Cina dei Ming”, curata dal prof. Filippo Mignini, Macerata riscopre e approfondisce la figura filantropica del conterraneo Matteo Ricci.
La mostra, promossa dal Comune di Macerata e dall’Istituto Matteo Ricci per le Relazioni con l’Oriente, sita nella biblioteca comunale Mozzi Borgetti, è il riadattamento dell’esposizione allestita a Strasburgo, presso il Parlamento europeo, nel 2011.
La mostra vuole essere una sintesi narrativa, per documenti e immagini, dell’attività di Matteo Ricci in Cina, attività che, per delicatezza intellettuale e fertilità culturale, rappresenta il primo significativo incontro tra civiltà cinese ed europea.

Matteo Ricci nasce a Macerata nel 1552, dove studia fino ai 17 anni, per poi trasferirsi a Roma e infine a Coimbra, in Portogallo. A Roma, nel 1571, entra nella Compagnia di Gesù, dove diviene allievo di Cristoforo Clavio – che sempre Ricci ricorderà con le parole “il mio maestro” – e di Alessandro Valignano da Chieti. Quest’ultimo, nominato Visitatore delle Indie Orientali, spinge Matteo Ricci per una partenza verso la Cina, territorio in cui da tempo i Gesuiti desideravano recarsi.
Nel marzo 1578, Ricci parte alla volta delle Indie Orientali, e, dopo una tappa di alcuni anni a Goa, India, il 7 agosto 1582, col confratello Michele Ruggieri, sbarca a Macao.
Inizia così la conoscenza della cultura cinese da parte di Matteo Ricci. L’Europeo – come spesso usava firmarsi – indossa i panni di bonzo buddista, si dedica all’apprendimento della lingua cinese, si abitua ai costumi locali. Ottiene poi il permesso di trasferirsi a Nord, evento già di per sè eccezionale per uno straniero, dato che ai forestieri era “concessa” soltanto la parte meridionale della Cina. Matteo Ricci redige un dizionario portoghese-cinese, disegna una “piccola carta geografica universale” (1584), ponendo la Cina al centro, coerentemente con la definizione di Cina come “regno di mezzo”, studia il Confucianesimo e ne traduce i testi base. Ricci fa suo, praticandolo, il consiglio del maestro Valignano: “farsi cinese con i cinesi”. Dimette così i panni di bonzo, mal visti all’epoca, e indossa quelli del letterato confuciano: barba e capelli lunghi, e trasporti in portantina. Prende anche il nome cinese di Li Madou.
Intanto, chiamato a fondare un nuovo catechismo, Matteo Ricci comprende che la filosofia greca, e più in generale quella antica, è la più vicina al confucianesimo, e che può fungere così da ponte fra le due culture. Inizia a tradurre i classici occidentali in cinese: da Aristotele a Tommaso d’Aquino, da Cicerone a Ignazio di Loyola, da Orazio e Seneca a Tolomeo, Euclide, Clavio. Traduce 25 delle sentenze del Manuale di Epitteto, filosofo stoico del I-II secolo, operando tale selezione proprio in conformità del suo tentativo di interculturalità. Nel 1595, Ricci regala al principe Jianan la sua prima opera in cinese dal titolo “Sull’Amicizia”, tanto da far affermare ai vicerè cinesi: “è venuto in Cina in cerca di amici”.
Matteo Ricci si impone quindi come figura centrale nel mondo intellettuale cinese, comprendendo il ruolo fondamentale del “libro”. Era il libro, in Cina, a conferire lo status di intellettuale.
La mostra maceratese mette in luce proprio questo aspetto: la centralità del libro, dello scritto, come mezzo di inculturazione e adattamento, come pilastro delle rispettive tradizioni che sorregge il mirabile edificio dell’intera comunità umana.

Matteo Ricci non si presentò alla Cina dei Ming come conquistatore o evangelizzatore, bensì come colto studioso e curioso; non si limitò ad osservare paternalisticamente l’antropologia cinese, ma la visse, accolto ed accogliendola, da pari semplicemente diverso.

Matteo Ricci è stato più di un semplice cosmopolita: è stato il paladino di un’interculturalità di cui noi oggi ci vantiamo, ma che, contemporaneamente, temiamo. Ricci è penetrato a fondo nella Cina di quattro secoli fa con le forze del sapere, della conoscenza, e della cultura, non con quelle belliche, e grazie a quelle vi è rimasto, stimato. La sua vicenda testimonia la possibilità di un incontro pacifico, fertile e fiorente, tra civiltà diverse e quasi opposte, incontro che, per noi contemporanei, è una necessità quotidiana.
Matteo Ricci, e la mostra di Macerata lo conferma, è la prova che solo l’insaziabilità culturale può essere la chiave delle porte della bellezza del mondo.

(foto da http://www.asianews.it)

Annunci