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di Ilaria Piampiani

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai in una selva oscura
che la diritta via era smarrita..”

Chi non ha mai ascoltato, letto, citato, scritto uno degli incipit più celebri e universali della letteratura italiana?
La Commedia, debitamente appellata dal Boccaccio quale “Divina”, non ha bisogno di introduzioni così come il genio che la scrisse, Dante Alighieri, poeta, uomo di cultura, politico fiorentino ma soprattutto uomo, l’uomo che si accinge ad affrontare la selva, le fiere e il mondo ultraterreno, un Enea medioevale, inconsapevole e privilegiato spettatore di peccato e beatitudine.
Della bellezza di quest’opera “magna” si potrebbe parlare e scrivere senza sosta, così come è stato fatto e così come si continuerà a fare, ma in questo articolo mi propongo di raccontare e condividere la singolare e splendida interpretazione della Divina Commedia offertaci dall’attore e regista abruzzese Vincenzo Di Bonaventura, iniziativa che ha avuto luogo nella cornice dell’Unifestival 2013, grazie all’idea e al progetto di Maria Silvia Marozzi.
Il pomeriggio del 16 Maggio alle 18.00, entrando nel cortile del Comune di Macerata, o semplicemente passando nei pressi, si poteva avere l’occasione di imbattersi nel barbuto traghettatore infernale Caronte, nella furia mitologica di Minosse, nonché in Paolo e Francesca, celebri amanti torturati dal vento perituro, ma incapace di separarli.
Con maestria, talento e passione tangibile, Di Bonaventura è riuscito con successo a coinvolgere lo spettatore, sorpreso, timoroso, commosso, come lo stesso Dante durante il viaggio ultraterreno.
Luci, tamburi, effetti sonori e una voce camaleontica, cangiante ed eccezionalmente espressiva: questo era l’Inferno rappresentato dal giullaresco attore, tragico e comico, appassionato e delicato quanto basta, declamatore senza la presunzione della cattedra.
Abbiamo respirato la paura alla vista della lupa, scarna e famelica, ci siamo meravigliati alla vista del laureato Virgilio e della caritatevole Beatrice, abbiamo compatito e disprezzato i dannati, vissuto la Firenze dell’epoca attraverso le parole del goloso Ciacco, siamo stati colti dalla purezza e dalla disperazione degli amanti di Gradara: insomma siamo entrati nella città dolente, siamo annegati nell’eterno dolore, privi e al contempo densi di speranza.
La bellezza, la sorpresa e l’entusiasmo con il quale inevitabilmente si lasciava il chiostro municipale, deriva dal fatto che l’intenzione della rappresentazione non era insegnare e tanto meno istruire l’uditorio, bensì portare a vivere la Commedia, comprenderla e indossarla quasi fosse una veste umana adatta ad ognuno di noi, una catarsi da raggiungere insieme allo stesso attore, allo stesso Dante, privo di ogni pretesa didascalica e completamente a servizio dello spettatore per condividere e tramandare, raccontare per non lasciar morire ciò che di prezioso abbiamo.
Giovani, studenti, uomini e donne di età diverse, madri con i passeggini e i propri bambini, richiamati dalle terzine che, come febbrilmente, si susseguivano, musicali e taglienti, al suggestivo ritmo dei tamburi, si affacciavano e si succedevano nel tempo. Diverse generazioni che ascoltavano compiaciute l’esibizione della debolezza umana nello spirito infuocato dell’interprete, osservato anche dagli amorevoli occhi del suo cane, “compagno di vita insieme alle stelle”, detto con parole sue. Insomma, un evento di assoluta qualità a questo Unifestival 2013, iniziativa di successo e di pregio, occasione che si deve aver la fortuna di cogliere per provare a raggiungere un po’ di Paradiso anche in terra, riscoprirlo nel capolavoro immortale di un tempo e rivissuto dal genio di Vincenzo Di Bonaventura.

(Nella foto Hells di Hieronymus Bosch)

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