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di Lucia Cattani

“Io non so cominciare. Io salto semplicemente quello che dovrebbe essere il principio. Nulla è forte come il silenzio. Se non venissimo già con la nascita scagliati ognuno in mezzo alle parole, mai si sarebbe rotto il silenzio.”  Questa confessione oscura, frutto della penna di Rilke, è il leit motiv su cui si manifestano in maniera ondivaga le immagini drammatiche e sconcertanti protagoniste dello spettacolo di venerdì scorso del Teatro Rebis, che prende il titolo proprio dalla frase iniziale: Io non so cominciare. Il Lauro Rossi anche quest’anno accoglie le visioni prodotte dalla regia di Andrea Fazzini, che ancora una volta colpisce con un teatro fortemente interiore. Sul palcoscenico aleggiano infatti proiezioni allucinate che sembrano provenire direttamente dai più profondi meandri della coscienza e della sensazione, immagini in bilico tra l’onirico e l’incubo ospitate in uno scenario scevro da qualsiasi legame con il mondo reale costruito magistralmente attraverso luci gelide, ombre di spettri in attesa, veli ingannevoli e suoni agghiaccianti, come provenienti da un tenebroso limbo. Protagonisti di questo spazio metamorfico sono tre figure senza nome che, quasi in assenza di contatto, manifestano il loro crudo disagio legato ad una situazione comune di quella solitudine polare di cui parlava Emily Dickinson, un annichilimento esistenziale che degenera nella psicosi. È un’ossessione, questa, che assume diverse connotazioni per ciascuna delle tre presenze: ci troviamo di fronte ad una Zecca, un’Antigone e un Bartleby che alternano le loro accennate testimonianze, riversando sul palco per mezzo di una nudità disarmante e priva di orpelli che soggiace intrappolata in un doloroso dramma fatto di solitudine e disperazione.

io mi ricordo quello che /non mi hanno insegnato

 quello che tutti sanno/di aver dimenticato

 io ricordo un futuro/che sembra morto

 io ricordo perché sono/ rinchiuso qui dentro

 È una nenia ripetuta come un mantra quella dell’Antigone: parole capaci di far emergere la natura del suo isolamento. Si tratta di una condizione autoimposta e voluta, dominata dall’autolesionismo e da una volontà autodistruttiva che si concretizza nel rifiuto completo e assoluto del mondo esterno e della vita: ci troviamo di fronte ad un essere che non vuol vedere e che vaga bendato negli incubi ancestrali della propria memoria, ritrovandosi di conseguenza incatenato alle pareti asfittiche e prive di ogni luce di speranza o evoluzione della mente. La psicosi che domina la figura del Bartleby è di diverso genere, essendo costruita non sull’esclusività del proprio abisso interiore ma attraverso il rapporto malato instaurato con il mondo esterno, con il quale comunica esclusivamente attraverso la scrittura e con cui probabilmente vorrebbe confrontarsi. La difficoltà insormontabile che gli si presenta è quella di rompere i vincoli creati dall’abitudine priva di significato e di far emergere la propria voce in una realtà in cui nessuno sembra accorgersi della sua presenza. Il vissuto del Bartleby viene riempito, di conseguenza, nel modo più immediato quanto effimero, cioè nella soddisfazione vacua dei bisogni fisiologici, di cui l’alimentazione nervosa e compulsiva diventa emblema, in realtà semplicemente maschera di disperazione. Si tratta infatti di un appagamento vano, destinato a rivelare la sua miseria e che non scalfisce la desolazione del fallito, racchiusa nell’immagine del “vedere con l’occhio sano il mondo dei vivi, con l’occhio fisso il mondo dei morti”: un memento mori martellante e inequivocabile, profezia dell’esito drammatico di questa solitudine. L’ultima presenza, impersonata da una Zecca, sembra addirittura priva di qualsiasi cognizione razionale, unicamente dominata da impulsi irrefrenabili e corrosivi. Potremmo vedere nella figura una sorta di Licaone che non cessa di dimenarsi rabbiosamente nel vuoto materico della coscienza, mosso dalla volontà di sopraffare tutto ciò che si trova intorno senza inibizioni, alimentato da una foga irruenta, bestiale, incomprensibile. Le tre figure, drammatiche proiezioni della solitudine umana, sono incapaci di emergere dal gelido inferno in cui sono intrappolate, un luogo eterno e atemporale dominato dal Silenzio che è presenza costante, emergente e materica, invisibile Demiurgo da cui i protagonisti vengono plasmati. Si tratta della rappresentazione cruda e universale del dramma dell’immobilità che coglie la generazione contemporanea: questa è frutto di un’umanità non  più capace di reagire, annientata dall’insostenibile peso del mondo, vero e proprio atomo opaco del male, della cui storia già si intravede l’esito, terribile, declamato dalle perentorie parole dell’Antigone “io ricordo un futuro che sembra morto”. In questa visione amara ed apparentemente priva di alcun genere di speranza, può essere intesa tuttavia un’esortazione implicita verso la risoluzione dell’apatia che domina il nostro tempo.  Mostrando il disagio irreversibile dei protagonisti che “non sanno cominciare” si evince infatti la necessità di ribellarsi a questo meccanismo alienante, cercando dentro di noi il coraggio necessario a metterci in gioco, a far sentire la nostra voce e rompere quella pericolosa dinamica che scaturisce dal silenzio delle emozioni. In una realtà dispersiva e frenetica, volta all’esclusivo appagamento dei bisogni effimeri, causa di quei meccanismi distruttivi di isolamento irreversibile, colpevole di produrre automi votati alla rinuncia di sé c’è la profonda necessità di rompere finalmente il silenzio della propria individualità. Dobbiamo scagliarci contro i demoni dell’avidità e dell’autocommiserazione e valicare i veli della solitudine.

 

 

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