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di Nicoletta Corneli

Sedendomi davanti ad Alessandro Seri, la prima sensazione che provo è curiosità. Questo poeta, questo talento maceratese sempre molto pacato e ombroso ha saputo stupire con “Fil rouge. Le lettere segrete di Yvette Mirabeau”, suo primo lavoro di narrativa dove, nei panni di una giovane e attraverso una serie di lettere d’amore, ci fa vivere una storia di formazione personale e sentimentale nella Parigi di fine ‘800.
Un genere letterario romantico, il romanzo epistolare, ma anche storico; nel lavoro di Seri vengono citati eventi importanti e cambiamenti epocali, che tra il 1866 e il 1871 hanno sconvolto Parigi. Un lavoro che ha visto la luce dopo più di dieci anni dalla scrittura della sua prima bozza.

D. Perchè non hai avuto “l’urgenza” di pubblicare subito dopo averlo scritto questo tuo primo romanzo?
R. Va detto che la mia cifra è la poesia, un genere che vive nell’ispirazione del momento. Con questo libro invece c’è stata la volontà precisa di confrontarmi con la visione del mondo al femminile e quindi il tentativo di scrivere mettendomi nei panni di una giovane donna. Si è trattato di un vero e proprio esperimento, sia per lo stile di scrittura scelto sia per la prospettiva da cui sarei partito. Un esperimento iniziato 15 anni or sono che man mano ha preso consistenza e proprio grazie al tempo ha trovato la sua corposità letteraria. Essendo uomo e poeta tendo naturalmente verso la seduzione e la poesia, in questo lavoro dovevo trasformarmi in donna, scrivere in prosa e essere sedotta. Volevo mettermi alla prova, cercare di afferrare l’universo femminile attraverso lo strumento che conosco meglio, cioè la scrittura, ma evidentemente ci vuole molto tempo per capire le donne.
D. Quindi ti sei spogliato da te stesso e dopo questo percorso cosa hai capito dell’universo femminile?
R. Continuo a sostenere che il genere femminile esula dalle mie competenze, ma altrettanto posso dire che grazie a questo libro ho acquisito una maggiore capacità di confrontarmi con esse, non le capisco ma le percepisco.
D. La frase gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere pertanto è ancora valida?
R. Magari sì, (sorride sornione) ma ci sono delle differenze perché alcuni uomini pur venendo da Marte, ogni tanto si fanno una passeggiata su Venere.
D. Tornando a “Fil rouge”, la protagonista Yvette, l’hai immaginata sin da subito, le hai dato nella tua mente una fisicità?
R. In realtà no. Usando una metafora, è stato un po’ come quando si cammina per strada: non si pensa a se stessi o alla propria fisicità mentre lo si fa, semplicemente si vede la strada che si percorre e la si vive attraverso i sensi e attraverso gli accadimenti. Quindi Yvette l’ho vissuta nel suo essere e non nel suo apparire. Attraverso le sue lettere scritte da me ho assunto la sua personalità che di fatto evolve riga dopo riga come accadrebbe a qualsiasi donna della sua età.
D. Quindi stiamo parlando anche di un romanzo di formazione? Come hai fatto a vivere le sensazioni di questa giovane donna e quindi a trasmetterle al lettore?
R. Non posso dire che nel romanzo ci siano cenni autobiografici né tanto meno episodi che ho vissuto, ma i luoghi che fanno da cornice alla storia li conosco bene, amo Parigi sia come città che come simbolo, e forse questo mi ha aiutato, ha facilitato anche la scrittura.
D. Perché Parigi? E’ solo una questione di amore per questa città?
R. No, Parigi è stata scelta perché volevo inserire la vicenda di questa donna in un luogo che all’epoca era il centro del mondo. Parigi in quel periodo storico è stata per due volte sede dell’Esposizione Universale, volevo raccontare il cambiamento della protagonista che da ragazza diventa donna, associandolo alla trasformazione della città, della società di quell’epoca. Parigi in quegli anni assume un altro aspetto, vengono rasi al suolo interi quartieri per lasciare spazio ai boulevards, inizia la moda dei passages. Così come Haussmann ha trasformato Parigi, Yvette a Parigi diventa una donna. L’apice del romanzo si tocca nel momento in cui scoppieranno i moti della Comune, un altro simbolo del cambiamento.
D. Quindi un confronto che porta ad un cambiamento?
R. Sì, cambiamento personale della protagonista, architettonico, culturale e politico della Francia.
D. E’ stato faticoso essere Yvette?
R. Sì, molto faticoso ma stimolante. Mentre la parte più avvincente devo ammettere è stata la ricerca storica. Ho ad esempio dovuto rassegnarmi al fatto che il balcone di Romeo e Giulietta che si trova a Verona è solo una recente invenzioni fatta su misura per il turista ignaro. Volevo citarlo come esempio di afflato romantico di Yvette durante un soggiorno nella città scaligera, ma poi procedendo con le ricerche mi sono reso conto del bluff. Delimitare la parte storica è stato davvero interessante anche per lo sviluppo del personaggio. La sua è una parabola che da ragazzina borghese e spensierata la porta a trasformarsi in donna determinata che, contro le convenzioni dell’epoca, decide di essere indipendente e sceglie di lasciare la sua città d’origine, Versailles, per iscriversi alla Sorbonne. Vivendo a Parigi però affronterà anche tutte le disillusioni insite in ogni percorso formativo.
D. La prima bozza del romanzo è stata redatta quindi nel ’98 –’99 e solo nel 2013 con Vydia editore viene pubblicato; quali differenze ci sono state dall’inizio?
R. Con l’aiuto di Eleonora Tamburrini, editor di Vydia, abbiamo praticamente rivisto ogni singola lettera, ogni singola riga, affrontato un lavoro di cesello durato un anno. La trama è rimasta quella dell’idea iniziale, ma lo stile si è evoluto, si è trasformato, è maturato. Nel 1998, quando ho scritto la prima bozza, tutte le lettere avevano un andamento simile, non seguivano il maturare del personaggio, ora invece credo di essere riuscito a mettere in evidenza anche la crescita di Yvette. Una maturazione che avviene anche attraverso l’uso di vocaboli diversi utilizzati per esprimersi. D’altronde le parole che si usano a diciassette anni non sono le stesse che si usano a ventiquattro.
D. Perché presenti il tuo primo romanzo al Salone del Libro di Torino e non a Macerata, città che ha visto nascere manifestazioni anche di tua iniziativa come Licenze Poetiche e molto altro?
R. La scelta di presentare il libro a Torino è stata fatta e soppesata insieme con l’editore. Vydia è una casa editrice molto seria che opera a livello nazionale, pertanto si è ritenuto necessario presentare il romanzo in un contesto altrettanto ampio evitando che potesse essere annoverato tra quelle operazioni editoriali che restano provinciali nonostante si ammantino di sensazionalismo.
D. La copertina del libro nasconde una sorpresa, ci racconti la sua storia?
R. In casa editrice, c’era uno splendido catalogo con le opere del maestro Luca Alinari e vedendo una di queste, sono stato colpito dal volto che poi è stato utilizzato per la copertina. E’ stata una piccola epifania, ho capito subito che quello era il volto Yvette. Poi guardando meglio l’opera e leggendo il libro, si può anche capire il perché. Infine grazie al lavoro di grafica di Federica Tarchi la copertina è stata contestualizzata al meglio.
D. Come immagini il tuo lettore ideale?
R. Non esiste un lettore ideale ma sono curioso rispetto alle reazioni del pubblico femminile. È stato un lavoro di immersione in un sentire opposto al mio e la più grande soddisfazione sarebbe che le donne che leggeranno “Fil Rouge” si riconoscessero ed immedesimassero nella protagonista, nel suo vissuto.
D. Un’ultima battuta. Cosa vorresti evidenziare al tuo pubblico?
R. Tengo molto alla dedica che si legge all’interno del romanzo. Sono citati due simboli che hanno segnato parte della mia vita. Le vetrate della Sainte Chappelle che è il luogo più vicino all’idea di divino che io abbia mai visitato e la bandiera dei comunardi, ricordo del periodo della mia militanza politica; quando nell’atrio di Botteghe Oscure la vidi per la prima volta incorniciata, con i suoi lembi bruciati, mi sembrò davvero di toccare con mano la storia. Questi due simboli in apparente contraddizione, sono in realtà, due altissime rappresentazioni dell’umano.

In foto, un estratto della copertina del libro con l’opera di Luca Alinari “Osselets dans le regard (1)”

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