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riley lanzarini

di Camilla Domenella

Qualsiasi discorso che si impegnasse a descrivere coerentemente tutto quel che è stato, non troverebbe altre parole che “sublime”, “eccelso”, “fantastico”; imporrebbe agli aggettivi positivi di declinarsi al superlativo assoluto; si comporrebbe, con cura meticolosa, dei vocaboli migliori, allontanando da sè il lessico negativo inappropriato.

M’impongo di scrivere con bellezza quel che ho ascoltato e visto eseguire con bravura: l’ultima serata della Rassegna di Muova Musica merita – anche più di – questa kalokagathia.
Si è chiusa domenica 12 Maggio la XXXI edizione, quest’anno completamente dedicata al suo fondatore Stefano Scodanibbio, scomparso nel gennaio 2012.
Per ricordarlo, in questa ultima serata, è intervenuto l’amico Terry Riley, pianista, compositore, esponente di fama mondiale della musica classica contemporanea, fondatore del minimalismo, ispiratore musicale di “Baba O’Riley” degli Who. Uno di quei geni noti e ignoti che rivoltano il mondo dall’interno del loro talento.

Il pubblico di Domenica affollava il Lauro Rossi con un vocìo unico ed entusiasta. Il teatro, stracolmo, ingannava la breve attesa prima dell’inizio dello spettacolo intrecciando commenti e giudizi preventivi. Il pianoforte nero sul palco aspettava paziente in silenzio, nella sicurezza che tra non molto sarebbe stato lui a parlare e quella folla a tacere.

Le campanelle richiamano all’ordine. Le luci si spengono sulla platea. Il pubblico trattiene il respiro.
Dalle quinte, entra Riley, accolto dall’applauso caloroso del pubblico. La barba bianca scopre un sorriso disteso e rassicurante; il capo coperto da un cappello multicolore stile arabo si china appena in un cenno di saluto; la mole imponente e buona di Riley riempie il palco di un’aura quasi divina.
Riley si siede al pianoforte. Si sistema il pantalone comodo, non elegante – non ce n’è bisogno – , in un gesto naturale che scopre il calzino rosso infilato nel mocassino nero. Il piede si appoggia al pedale, le dita, quelle sì eleganti, lunghe, filiformi, si avvicinano alla tastiera.

La musica di Riley è impressionante, dinamica, ipnotica. Ad ogni accordo se ne aggiunge uno, poi un altro, un altro ancora, e ancora, e ancora, come se le mani chiamate a suonare non fossero due ma dieci, e le dita veloci si fossero moltiplicate fino a cento.
Il profilo etrusco di Riley resta concentrato e impassibile, mentre la mano insiste sui tasti, come un ragno che con le zampe frenetiche tessa la sua tela. La ripetizione acuta di alcune note si somma al fraseggio complesso, riempiendo ogni silenzio rimasto senza suono, soggiogando il piano stesso ad un’ipnosi collettiva da cui non si voleva essere svegliati.

Alle cartoline che Stefano Scodanibbio, dalle numerose mete dei suoi viaggi, gli inviava, Riley ha voluto rispondere con questa prima esecuzione assoluta. Una “Cartolina per Stefano” dove non vi fosse raffigurato nessun bel paesaggio, nessun monumento, nessun edificio ricco e maestoso, ma un intero mondo sonoro.

Il cambio palco ridesta dal sogno il pubblico ammaliato. Il pianoforte viene portato via, incredulo di esser stato lui a partorire quei suoni inediti. Le pance da incinte dei contrabbassi si fanno spazio sulla scena.
I Ludus Gravis, l’ottetto di contrabbassi fondato da Stefano Scodanibbio con Daniele Roccato, tornano a rendere omaggio al maestro, eseguendo “In D”, la versione di Scodanibbio dell’originale “In C” di Riley.

I contrabbasisti prendono posto sulla scena, abbracciando le loro donnone di legno e corde. Si preparano concetrati, nervosi, emozionati, gettando il pubblico in un silenzio carico di attesa, quasi pauroso.
Dopo il primo secondo di musica, nessuno avrebbe mai immaginato 45 minuti ininterrotti di estasi.
I contrabbassi si alternavano in suoni mai ascoltati; gli archetti si muovevano rapidi e precisi; le corde pizzicate gridavano squarciando l’aria.
Nel buio della platea, il pubblico tendeva le orecchie, il collo; il busto si sporgeva dalla poltrona, le mani s’intrecciavano sudando; le bocche si aprivano stupite, avide, incredule, goduriose. Gli occhi sgranati a cercare con lo sguardo quello che solo si poteva cogliere con l’udito.
Il crescendo strumentale aumentava incessante. Il ronzare dei contrabbassi si faceva potente. L’unisono saliva, cresceva, instancabile continuava ad aumentare, in una spirale che risucchiava l’udito, lo sguardo, la mente, fino ad esplodere. Un suono bello e terribile come un esercito schierato a battaglia.

Il pubblico, dopo tanta attenzione e tensione si rilassa e, dopo la pausa, applaude accogliendo l’ultimo pezzo, “Raga Malkauns”, suonato ancora dai Ludus Gravis, vocalizzato da Terry Riley.
Riley torna sul palco con un tablet alla mano. Si siede al centro, circondato dal semicerchio di contrabbassi, si avvicina il microfono, col dito fa partire la base dal tablet.
“Raga Malkauns” è un lamento quasi tribale, quasi zen. La voce di Riley vibra bassa e soffusa. I contrabbassi accompagnano fedeli e placidi il suono vocalico della voce di Riley.

Il pezzo finisce. Riley torna a sorridere dalla sua barba bianca. Lo affiancano i contrabbassisti stanchi e raggianti. Gli applausi piovono come un temporale per 3 minuti.

Nessuno vorrebbe andarsene. Dopo essere stati ipnotizzati, tesi, attenti, spremuti, gli uditori escono a grappoli dal teatro, nella sicurezza di aver assistito a qualcosa di fantastico, eccelso, sublime.

(foto di Ilaria Lanzarini)