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granpaband

di Camilla Domenella

Il batterista magrolino ricoperto di capelli neri s’infila dietro l’impianto della batteria, rimanendo nascosto quasi per intero, fatta eccezione per la chioma.
Il chitarrista baffuto in camicia a scacchi – le maniche arrotolate denotano una certa cura finalizzata alla comodità nei gesti che gli competono – ha l’aria paciosa di chi sembra tranquillo per natura, ma carico ed energico.
Il cantante e chitarrista sfoggia tutta l’incerta sicumera del frontman vissuto e seducente mentre si avvicina il microfono alla bocca per salutare il pubblico.
Li osservo. Sono il Buono, il Brutto e il Cattivo della musica. E del West statunitense non hanno il cappello, ma il sound.

Sono i Granpa, ovvero: Luca Macaluso alla chitarra, Daniele Pellitteri alla batteria e Gianluca Bartolo, chitarrista e cantante, che condivide la sua smania musicale coi Pan del Diavolo. Formazione, i Granpa, tutta siciliana, che lo scorso Venerdì 10 ha suonato al Terminal di Macerata, in concomitanza della festa dell’Europa.

II pubblico, inizialmente rado, del Terminal, si mostra indeciso su quale pregiudizio tenere o scartare: c’è chi attende con diffidenza, chi con snobbismo, chi con eccessiva fiducia, aspettandosi forse una versione rimaneggiata dei Pan del Diavolo.

I Granpa finalmente attaccano, e il loro è un assedio. La formazione priva di basso lancia le chitarre acide in virtuosismi senza freni: quello che esce fuori sono fiammate dai suoni potenti che la batteria alimenta con insistenza. La voce dal timbro pop del cantante crea un contrasto interessante con la durezza strumentale; è come l’arrivo di una pioggia tanto attesa nel paesaggio arido delle Rocky Mountains.
Il pubblico sempre più nutrito si scalda come se davvero fosse sotto il sole cocente del sudovest americano.
I Granpa si dimostrano paladini del riff, cosa non facile da ottenere in assenza di un basso. La batteria conduce le chitarre come un auriga che sproni i cavalli, non invalidando i ritmi incalzanti.

I Granpa non sono italiani e non appartengono a questi tempi. Niente sperimentazioni oggi tanto in voga, niente cedimenti da “pappamolle” pop. Il loro hard blues è quello anni ’70 dei Led Zeppelin, le sferzate impertinenti ricordano quelle dei Motorhead, certi groove, a tratti, i migliori Lynyrd Skynyrd. L’impressione totale è quella di una compattezza rocciosa, dura, letteralmente e coerentemente hard rock. Nessuna decorazione barocca sporca il muro solido dei suoni imponenti dei Granpa.

La formazione siciliana ha all’attivo il disco “In fast we trust”, uscito nel 2011 per la Octopus Records, cui arrivano dopo 4 anni di crescente successo. Il tour in giro per l’Italia, nel 2009, li porta ad aprire il concerto dei Linea 77, facendo da propulsore al tour successivo, l’anno dopo, che conferma il consenso già ampiamente ottenuto.

I Granpa si impongono come l’ultimo baluardo di un rock duro e puro, nudo e crudo, che conquista innegabilmente chi li ascolta. Il dubbio, però, è se questo non sia soltanto un nostalgico tentativo di recuperare il passato glorioso della musica, e vivere di rendita.
Che “rock” significa “roccia” lo sappiamo tutt; vediamo allora di ricordarci che anche la roccia più dura finisce erosa dal Tempo.

(foto da granpa.it)