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di Camilla Domenella

I miei vecchi zii mi dicevano, da piccola, che avrei potuto fare la pianista.
Mi sa che i miei vecchi zii non avevano mai ascoltato Mike Melillo.
Se fossero venuti con me, lo scorso 30 Aprile al Teatro Lauro Rossi, avrebbero di certo corretto il loro antico giudizio.

In occasione della giornata mondiale del jazz, l’associazione Musicamdo ha promosso “I like Mike”, una serata completamente dedicata al pianista Melillo, socio onorario dell’ADAM e, da anni ormai, illustre cittadino maceratese.

Il Teatro Lauro Rossi, sabato scorso, andava riempiendosi velocemente mentre sul palco il pianoforte imponente aspettava il suo domatore. Sedute dietro di me, due signore sorridenti ed estatiche si scambiavano commenti sinceri “Sono tornata a sentire Mike. Ma te lo ricordi quando lo incontravamo al pub in centro? Che gioia!”. L’aria confidenziale con cui ne parlano mi fa immaginare un Melillo vicino di casa che fa entrare dalla finestra aperta le note dei suoi esercizi musicali.
Sorrido. Il pubblico maceratese è fiero del suo pupillo del New Jersey, e se lo coccola un po’ geloso e un po’ spavaldo.
Chi vedo entrare sul palco è un uomo canuto dall’aria timida, buona. Si appresta al pianoforte con passo sicuro, ma il suo sguardo basso tradisce l’imbarazzo di chi il protagonista non vorrebbe proprio farlo, no.
L’attore e autore dei testi Massimo De Nardo, presenta, recitando, un piccolo Mike, nipote di emigrati italiani in America, che si avvicina alla musica per comune passione famigliare.
Il pianoforte verticale di casa aveva i piedi torniti a forma di leone, e il piccolo Mike usava infilare un ditino nelle fauci spalancate del felino ligneo, “come volesse domarlo”, descrive De Nardo. Poi Mike si alzava sulla punta dei piedini di bambino, sollevava con fatica, stendendo al massimo le braccine, il coperchio della testiera, e con le mani piccole, ancora tutto teso per riuscire ad arrivarvi, batteva le dita sui tasti. Già un portento, “extraordinary, really”.
Il Melillo che suona oggi, invece, è sicuro sul piano come sarebbe stato da bambino su un triciclo. Le sue note sono morbide e avvincenti. Il piede batte il ritmo con convinzione.

La ritrosìa con cui aveva mosso i suoi passi sul palco, lo ha abbandonato. Sembra che Mike si esprima soltanto attraverso la musica, come se non conoscesse altro linguaggio che possa essere altrettanto chiaro, seducente, persuasivo.

De Nardo ritorna, e stavolta ci presenta un Mike poco più che adolescente, chiamato per il servizio di leva. Sono gli anni della guerra in Vietnam e Mike non vorrebbe proprio partire, no. Si presenta alla visita medica, e al dottore, sinceramente, confessa che non è buono a far la guerra, sa solo suonare un po’ il pianoforte, e no, la guerra non la sa fare e non la vuole fare.
Il dottore capisce, lo rassicura: non partirà. Mike, in segno di ringraziamento, gli dedica una ballata.
Melillo suona il suo pezzo accorato con la concetrazione del professionista che al pubblico inesperto sembra quasi distrazione.

Gli anneddoti sulla sua vita si succedono, descritti con enfasi da De Nardo.
Torniamo indietro nel tempo e troviamo un giovane Melillo che impara a suonare il trombone semplicemente guardando gli altri musicisti. Il suo primo maestro di pianoforte, intanto, non gli va a genio. E la cosa è reciproca. Quello cerca di insegnare a Mike il rigore della tecnica, sordo – quasi letteralmente – all’anarchia musicale dell’allievo. Mike è oltre lo spartito, non è fatto per quelle rigature precise, no.
Troviamo poi ancora un Mike all’esame d’ammissione per la Scuola delle Arti. Mike sceglie di presentare un lavoro di arte grafica, non di musica: la musica, per lui, è una cosa intima, appartata, confidenziale, tra sè e sè. La prova di arte va comprensibilmente male, e allora Mike tenta con la musica: dopo pochissime note, gl’insegnanti lo applaudono e decidono di ammetterlo. Mike troverà nella scuola un maestro che lo capisce e che lo aiuta a sviluppare il suo talento… nel frattempo, giovane e libero, non disdegna nè marijuana nè birra, no.
L’atmosfera fumosa del Tap Room dove suona quasi ogni sera è la boccia dei pesci nella quale galleggia il suo incontro con Barbara, sua futura moglie.
Le note di Mike, dal palco del Teatro Lauro Rossi, evocano ricordi da lui vissuti e nostalgie fantastiche nel pubblico. Le signore sedute dietro di me si commuovono un po’, immaginando quegli anni ’50 americani, eleganti e leggeri, ricchi e nuovi, sospesi in un fotoricordo in bianco e nero di cui si possono inventare i colori.

Melillo, sul palco, propone un pezzo di musica contemporanea che esegue egregiamente, confermandosi – come se ce ne fosse bisogno! – un artista a tuttotondo.
Dalla musica del Mike di oggi, torniamo al racconto del Mike di ieri: Melillo incontra Sonny Rollins. Sì, Rollins, il Saxophone Colossus.
Il Tap Room aspettava impaziente l’arrivo del Saxophone Colossus, ma quello si era perso per strada, era in ritardo, e il pubblico smaniava. Melillo, col suo trio, viene chiamato a placare la sete di musica degli avventori. Mentre suona, usciti dal nulla, due occhi neri gli si puntano addosso, inseguendo le sue dita sulla tastiera come mastini dietro a una preda.
Era arrivato! Sonny Rollins era arrivato e lo stava guardando con sguardo imperscrutabile! “Ora finisco il mio pezzo, come sempre, senza paura” si dice Mike, facendosi coraggio.
Rollins resta impressionato da quel 26enne di Newark che si arrampica agevolmente sulla scala bianca e nera del pianoforte. Gli propone di partire con lui in tour, già dal mattino seguente. E Mike: “come si fa a dire di no?” Non si può non accettare, no, non si può.

E dal tour con Sonny Rollins rimbalza a Phil “the new Bird” Woods, col suo immancabile cappello calato sulla fronte; e da Woods a un Chet Baker consumato dalle droghe, quelle che lo spingeranno giù dalla finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam. “Perchè, Chet, ti sei ridotto così? Perchè?” Potevi evitarlo, sì, “my funny valentine”.

Il Mike Melillo di oggi, del palco del Lauro Rossi, si lancia in una interpretazione accorata e commovente del pezzo di Baker. La voce cupa di Chet sembra riemergere dalle note appassionate e ferme di Mike, a ricordarci che muoiono i corpi e le persone, ma non la loro grande musica.
Mike, durante lo spettacolo, non proferisce parola: lascia che siano le dita sui tasti a parlare per suo conto, e per conto dei Grandi con cui ha condiviso anni di Musica.

Lo spettacolo si direbbe finito, ma il pubblico applaude avido, richiamando Melillo al pianoforte per altri due brani. Il Melillo condottiero del piano accetta le richieste come un fiero Garibaldi che dice “obbedisco”. Esegue però i suoi pezzi con la passione concentrata di un Mazzini.

Alla fine, il pubblico saluta Melillo, imabarazzato e commosso, con un minuto di applausi. Si ritira nell’intimità delle quinte, il Mike silenzioso.
Sul palco resta solo e non illuminato il pianoforte stanco. La platea si svuota, lentamente, fra i sospiri commossi.
All’uscita del Teatro, il commento è unanime: “Mi piace Mike”.

(foto da jazzonthecoast.it)