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di Caterina Morgantini

Prego, entrate, accomodatevi: c’è spazio per tutti, c’è tempo per chi ne ha bisogno, e una parata infinita di pietanze preparate con amore. Non abbiate timore, non occorrono complimenti: l’ospitalità suggerisce l’assaggio, cibo per la mente che per una strana operazione dell’universo si moltiplica solo se diviso. Eppure, in Pas d’hospitalitè, lo spettacolo scritto ed intepretato da Laura Graziosi, il piatto forte della serata è la solitudine: guscio invisibile che ingabbia e protegge, entro il cui silenzio si narra la blanda bugia della fuga.
Laura Graziosi è una giovane e talentuosa attrice, che ha collaborato con il Teatro Stabile delle Marche fondando poi la Compagnia Vicolo Corto: l’ultimo suo progetto, Terra Marique, ha ricevuto il premio del pubblico al concorso Game. Pas d’hospitalitè, messo in scena al Piermarini di Matelica, è solo uno dei tanti mologhi da lei pensati e rappresentati: nato per caso, ascoltando una qualunque conversazione in tabaccheria. Il risultato di questo incontro fortuito con l’ispirazione è un’indagine minuta e minuziosa sull’isolamento, sulla tenacia impiegata per strappare ogni più sottile radice che s’ostina ad incantenarci alla socialità: così come sui tentativi goffi, spesso fallimentari, per riappropriarsi del proprio posto nel mondo. C’è una voce recitante, nello spettacolo: una donna che ha organizzato una cena nella sua casa, 45 metri quadri di archeologia domestica (lì le bomboniere, laggiù i vasi in coccio) dove riposano le spoglie delle parole crociate che furono. C’è anche l’attesa, l’emozione che accompagna la cerimonia della prepazione: gli ospiti arriveranno, si faranno aspettare o forse saranno puntuali, e nel frattempo sul palato allignerà il dolce sapore della felicità promessa. C’è il rito della tavola e della persona: quel farsi nuovi, costruendo attorno a sé un’immagine fittizia, consolatoria. Ci sono, o ci saranno infine, altri quattro personaggi, gli invitati: coloro che la donna aspetta, immagina, descrive, vagheggia.
Laura Graziosi indossa dunque i panni di una figura rimasta ai margini strappando risate e applausi a scena aperta: trasformando il corpo magro, nervoso, nel ricettacolo di una solitudine raccontata in profondità grazie ad uno humor non convenzionale. La cena che non ci sarà, i cibi che diventeranno avanzi, le chiacchiere che non si consumeranno sono solo artifizi, strumenti offerti al pubblico per aprire ed indagare la scatola magica di una condizione esistenziale comune a molti. Le ricette, le sedie vuote sul palcoscenico, divengono tutt’uno trasformandosi nella chiave di volta per comprendere un modo d’essere (soli si è, non si diventa): il cibo è sostanza e metafora, che riempie facendo sentire ancora e per sempre vuoti.
Ma che non ci colga la tristezza, assistendo al bellissimo Pas d’hospitalitè: la leggerezza scorre sottotraccia, strisciando a fianco di piatti e bicchieri, disegnando uno scenario dove il tentativo compiuto per aprirsi al mondo è già vittoria nella lunga battaglia contro il timore di mostrarsi, di cercare affetto, di esporsi sapendo che non si piacerà neppure allo specchio.
Pas d’hospitalitè racconta, dunque, di come si possa provare un guizzo di gioia nello sforzo, vano e rovinoso, di organizzare una festa: perché la bellezza non sta in coloro che riceviamo, ma nello spirito che ci pervade quando decidiamo di fare della nostra anima un luogo d’accoglienza. E la poesia, non di rado, trova un rifugio sicuro nelle macerie piuttosto che nella fredda perfezione del marmo.