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di Elisa des Dorides

E’ un piovoso venerdì sera e per tutta Torino impazza il Jazz Festival. Alle spalle della Mole, qualche strada più dietro, tra magazzini abbandonati e strade dismesse, ci sono le Officine Corsare. Un basso fabbricato riorganizzato come spazio di circolo Arci dove la cultura può navigare in modo libero. O per lo meno ci si prova.  E anche i concerti  fanno parte di questa benedetta cultura. Stasera 26 Aprile ci sono gli Aedi a portare scompiglio sul palco delle Officine. Dopo i Med in Itali, intorno a mezzanotte, la sala si riempie di gente che pian piano viene richiamata dalla voce di Celeste. Lieve, limpida intona le prime strofe di The sound of death. Dal semi buio alle luci soffuse. C’è raccoglimento. Non è un concerto che inzia esplodendo per poi scemare. Con gli Aedi prima si fa questo lungo respiro tra note distese e cori rischiaranti, poi si marcia verso lo scoppio del ritmo. Se il primo brano proposto lascia meravigliati, tra  erasmus spagnoli che ridono eccitati e qualcuno che già ondeggia perso nelle sonorità mistiche, Fohn apre le danze al dinamismo del gruppo marchigiano. Il gruppo ‘di fuori’ ha già conquistato. Ed i capelli di Celeste sono ancora pettinati nella loro treccia fino all’heavy attitudine di Animale. Un piano strapazzato e portato a note estreme accompagnato da vocalizzi all’indiana come per annunciare un assalto musicato e giocato al meglio, mentre si gonfia a dismisura la chitarra decisamente noise. Annunciata da un fischiettare a metà tra l’orrorifico ed il bambinesco, si impone Rabbit on the road, primo singolo estratto dall’album Ha Ta Ka Pa. Urli e schiamazzi che vengono amalgamati assieme a potenti pestate strumentali: alchimia che innesta un’alienazione divertente e divertita. Nonostante per le strade di Torino ci siano spettacoli ad ogni angolo, la sala delle Officine Corsare è colma di gente che si dimena, piacevolmente assalita dalle strambe creature che suonano con l’energia di una tribù alle prese con un rito sciamanico. Idea è un’esplosione rigogliosa di sfumature: dalla voce, cristallina e duttile, forte dell’interpretazione della Carboni intensa come sempre; alle percussioni che vengono fatte elemento chiave del gruppo. Ticà inizia a distribuire le bacchette  e i cembali al pubblico che non si lascia pregare per partecipare,  e allora ognuno nella sala è parte della propagazione dell’energia. Celeste scende dal palco ed inizia a sbattere le bacchette anche per terra. La bacchetta è un rito e battere, anzi fracassare il tempo è un atto propiziatorio. Gli Aedi chiamano anche il batterista ed il sassofonista dei Med in Itali e danno vita ad un tripudio di suoni e corpi che si dimenano, rapiti. La cangiante Prayer of Wind è una corsa irriverente e stralunata di arresti sonori e riprese, attese lungo il filo di voce che porta allo straniamento. Con Nero, invece, si scivola in un’atmosfera densa di tensione: è la cupezza della sospensione, della voce che sussurra, veloce e  nervosa. Incede il ritmo, che arranca, non si distende, assieme alla chitarra distorta e dolorante. Il bis è d’ordine e spetta a Rabbit on the road. Volano bacchette, i cembali sono  in terra un po’ ovunque e la batteria smembrata ha i suoi pezzi in giro per tutto il palco: è la scena del post concerto dei folks. Spiritualità ironica e percussioni. Questi sono gli Aedi.

(in foto gli Aedi)