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di Eleonora Tamburrini

Mercoledì mattina l’Auditorium San Paolo di Macerata accoglie una platea fittissima che Beppe Severgnini non esita a immortalare in questa foto e a definire “impressionante” in un istantaneo, immancabile tweet. L’incontro è quello organizzato dall’Università di Macerata sulle “Scritture brevi”, al centro di un corso della Prof.ssa Francesca Chiusaroli; Severgnini è interlocutore ideale e vero cultore del tema, dai libri alle pagine del Corriere della Sera, dalle lezioni alla Ca’ Foscari fino al suo seguitissimo profilo Twitter.
Si schernisce, “non sono un intrattenitore”, ma è innegabile che sia in grado di abbinare il gusto per l’erudizione a quell’ironia che gli fa guadagnare presto la simpatia del pubblico. Si va dritti alla più stringente attualità, ovviamente per via di perlustrazione linguistica e amor di coniugazione: Amato è un participio passato, D’Alema senz’altro imperfetto, Napolitano imperativo. Di certo nessuno appare al presente e tanto meno al futuro, mi si perdonerà l’intromissione, ma ammetto che il gioco funziona.
Così come funzionano alcuni passaggi del discorso che seguirà, un vero inno alla brevitas, alla scrittura per sottrazione e scrematura, al comandamento del “meno è meglio”. Molte le ragioni per preferire un incedere conciso e magari fulminante: il tempo dei lettori, poco e sacrificato alla fretta, o la fallibilità di certi articoli “vecchia scuola”, nei cui finali pretenziosi si anniderebbero i grandi segreti d’Italia, destinati a non essere mai scoperti. È altrettanto vero che la brevità non ammette errori e autocompiacimenti, e richiede invece una ricerca al bulino della singola parola; è il fascino dei centoquaranta caratteri la contrainte oulipiana di questo tempo, che in molti hanno raccolto sottovalutandone le difficoltà: sempre dietro l’angolo il rischio “Gps” (localizzarsi continuamente in luoghi d’interesse a testimonianza di una vita avvincente) o quello della banalità assoluta. Per contro esistono – da sempre – scritture brevi illuminanti, e Severgnini ripercorre con disinvoltura un’antologia che spazia da Marziale a Manganelli, da Montanelli a Flaiano. Questa dunque non è la lezione di giornalismo che mi aspettavo, ma l’esposizione, certo divertente e divertita, di un manuale di buona scrittura per tutti gli indirizzi e tutte le età. E qui sta il conto che non torna, il discorso che, per me, s’inceppa e cede.

Non intendo soffermarmi sul fatto che qualcuno possa aspettarsi ancora dai giornali la spiegazione ampia al fianco dell’opinione (questa sì – a volte- condensabile in una frase a effetto). E neppure insisterò sul fatto che la fretta, la velocità, la pretesa dell’hic et nunc applicata a ogni settore mi sembrano i nemici fatali di qualsiasi approfondimento. Lungi da me fare la parte di quella che rimpiange l’odore della carta nell’era dell’eBook.
Se però si parla di letteratura, credo ci si debba concedere il beneficio dell’inventare, del differenziarsi per genere, taglio, destinazione. La lezione della brevità come paradigma universale non può reggere, ancor meno se abbinata alla semplicità, alla necessità più volte ribadita di non dire nulla che non possa essere compreso in modo immediato. Infatti è un precetto che si incaglia in qualche contraddizione: Tacito come esempio di brevitas è accettabile solo se si glissa sul fatto che il suo stile è tra i più complessi della letteratura latina: la sintesi fulminante spesso prende corpo nella pregnanza dei contenuti, e perché no, nel grado di difficoltà che si impone nella sfida ai lettori. Anche liquidare lo gnommero di Gadda come “molto bello, ma prova a scrivere così a una ragazza e vedrai che non ti risponde” mi sembra quanto meno avventuroso (senza contare che dipende da chi sia la ragazza). La “tecnica del cibo cinese” applicata alla scrittura non puramente cronachistica, devo dirlo, mi turba: “tagliare e sminuzzare per cucinare più in fretta e far digerire meglio”? Non si era detto, a ragione credo, che una buona scrittura breve richiede un lavoro di lima maggiore di un fluere lutulentum?
Tutto torna in fondo, se guardiamo al pentalogo che Severgnini lascia alla platea, un acronimo strappa-applausi come “P.O.R.C.O.: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti”. Ecco, questa storia della digestione e del rigurgito debitamente ripulito (magari a mezzo di qualche hashtag umoristico), mi lascia perplessa, perché non si può pensare alla scrittura come a una liofilizzazione e alla lettura come a una metabolizzazione istantanea; e la storia dei “libri difficili” e dunque indigesti, irricevibili, inizia a suonare deprimente.
Ricordo un dibattito acceso in rete qualche tempo fa dalla traduzione italiana di un’inchiesta del Guardian apparsa sul Corriere della Sera a cura di Paolo Di Stefano. “I dieci libri più difficili da finire”, che nella versione inglese potevano essere un incoraggiamento alla sfida, persino un elogio alla fatica, in quella italiana diventavano “impossibili”: quasi un placet a desistere, un elenco da cui tenersi a debita distanza (dentro, come sempre, Joyce, Musil, Faulkner e via distruggendo). Francesca Matteoni sottolineava su Nazione Indiana la pericolosità del gioco al ribasso; sono d’accordo, e mi sembra una tendenza preoccupante questa della fluidificazione del materiale letterario, non so quanto richiesta dal basso (e se anche fosse?) o raccomandata dall’alto dagli esperti di comunicazione.

In ogni caso, un discorso come quello di Severgnini poteva offrire dei margini di riflessione agli studenti universitari, agli aspiranti giornalisti come a quelli patentati; meno, credo, ai tantissimi ragazzi delle scuole medie e superiori che rappresentavano quasi i due terzi del pubblico in sala. Forse ci si aspettava per loro una lezione briosa e aggiornata sullo stile breve come una delle possibili strade, e non come l’unica alternativa alla logorrea dei soliti grafomani, al vezzo dello “scrittore difficile” del secolo scorso. Non si trattava di un pubblico imprevisto; d’altronde Severgnini parla di loro quando rievoca, tra i molti episodi autobiografici, quello della prima stroncatura ricevuta dalla sua professoressa in primo ginnasio per uno stile barocco e troppo compiaciuto.
I ragazzi di quindici anni o poco più li vedo a scuola ogni mattina nella mia pur piccola esperienza di aspirante professoressa. E forse ce n’è qualcuno che assomiglia al giovane Severgnini, quello che ha già fatto le sue “letture chiave” e lo vedi che sa sfidarsi con parole nuove, e citare e rischiare del suo, e a volte è giusto mettergli un freno delicato, che imparerà a gestirsi andando avanti. Ma nella gran parte dei casi i ragazzi sono intimiditi dalla scrittura, inibiti di fronte a qualsiasi richiesta di esprimersi oltre i confini rassicuranti di uno stato di Facebook, o su temi impossibili da chiudere in un cancelletto. Il barocco di cui parla Severgnini con un po’ di disprezzo è dei giovanissimi che osano, e mi pare un passaggio chiave nella loro formazione di “scrittori”: è il momento, tanto difficile da far scattare, dell’ubriacatura di parole, dell’amore per i libri da citare anche con qualche audacia di troppo, del gusto per l’emulazione dei modelli. Quello che forse, con i debiti adeguamenti, non li abbandonerà mai. Ecco, la nobilissima arte della sintesi mi sembra qualcosa che si può chiedere dopo, a chi ha tanto letto e con tanto tempo, cura, fatica, “digerito”; senza queste premesse, dire di scrivere poco e semplice è come dire di tenersi in superficie senza aver mai arrischiato un’immersione. E comunque vale soltanto in certi casi, ché a volte scrivere e parlare tanto (a patto di farlo bene) è anche bello e necessario.
Spero che allora mi si perdonerà l’offesa alla brevitas che sta nella misura oltrepassata di questo articolo. E d’altronde anche Severgnini ha parlato per più di un’ora, e lo ha fatto poggiando il microfono su una pila di Austen e di Dickens.

(La foto è quella dell’Auditorium San Paolo di Macerata scattata e twittata da Beppe Severgnini)

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