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di Lucia Cattani

Ultimo evento in programma per la stagione sinfonica della FORM, mercoledì 24 aprile si è tenuto il concerto Blue Rhapsody, decisamente differente rispetto agli altri appuntamenti. Stavolta infatti l’orchestra, in cui spiccavano i ruoli solisti di Giuseppe Albanese al pianoforte e Federico Mondelci al sassofono ed alla direzione, si è cimentata nell’esecuzione di un repertorio non unicamente ascrivibile al genere sinfonico classico, ma contaminato da influenze jazz e di musica da cinema, per intenderci autori contemporanei come Michael Nyman e DariusMilhaud, fino ad arrivare al più celebre George Gershwin.
È proprio da Where the bee dances di Michael Nyman che la serata ha inizio: il compositore inglese che ricordiamo per la colonna sonora del film Lezioni di piano, ci trascina nell’atmosfera del minimalismo musicale. Protagonista è proprio la natura e la complessa danza che determina il suo ritmo: ogni creatura è dominata da diverse pulsioni e caratteristiche che la portano ad avere una sua personale voce; ogni strumento si muove su un piano indipendente ma al tempo stesso si trova in armonia in questo grande dipinto che è l’universo, e l’unità si modella grazie all’unione di ogni singolo elemento, come sintesi di una pluralità di ritmi discordi. Questo procedimento, che ovviamente si discosta dalla rigidità compositiva della musica propriamente classica, riesce ad assumere un fascino impressionistico grazie alla maestria degli esecutori. L’orchestra riesce infatti a rendere il brano, basato su una formula armonica di quattro accordi ripetuta in maniera incessante, uno scorrere fluido e leggero di voci, in modo davvero convincente: si materializza quella sorta di movimento vorticoso ed irrazionale alla base della natura, il cui ipnotismo è personificato nel volo delle api. Questo insetto, che prende voce attraverso il tema protagonista del sassofono virtuoso ed irruento di Federico Mondelci, racchiude in sé la sintesi, pur nella sua piccolezza, del moto eterno dell’universo che si riflette sin nelle più impalpabili sfumature. Tutto ciò sembra essere metafora della vita umana, percepita come un volo libero e al tempo stesso corale verso la condivisione con gli altri, attraverso varie fasi in cui l’individuo dialoga con gli elementi, riconoscendosi unico, insostituibile come ogni strumento dell’orchestra ma al tempo stesso inserito in un meccanismo superiore ed universale.
Seguono al minimalismo musicale di Nyman due interessanti brani di un altro compositore contemporaneo: Darius Milhaud. Con La création du monde, op.81 a ci troviamo di fronte ad una semplificazione radicale delle forme tipica del “Gruppo dei sei”, nato a Parigi come reazione all’estetica del tardo romanticismo. Si cerca l’essenzialità, e per fare ciò si torna all’arcaismo e alle forme di espressione più spontanee ed ataviche, ormai dimenticate. L’eurocentrismo musicale è accantonato a favore di sonorità sudamericane e caraibiche, in uno scambio reciproco tra musica colta e leggera. Possiamo cogliere perfettamente questa volontà eversiva e quasi catartica nell’elaborazione, in questo brano, di uno dei miti africani sulla creazione. L’orchestra attraversa le cinque diverse parti senza soluzione di continuità che rappresentano altrettante fasi della nascita del mondo: dal dominio del caos, reso da irruente fughe jazzistiche, al germogliare della vita animale e vegetale, fino alla comparsa dell’uomo e della donna e, insieme a loro, all’esplosione della fecondità e del desiderio. Sembra che siano i quadri di Gauguin a materializzarsi in questo scenario gioioso e dirompente, ebbro di una vitalità ritmica davvero suggestiva. Come nel brano di Nyman è nella natura che tutto sembra confluire e conciliarsi, trovare la sua completezza ed armonia.
Sempre attraverso i colori sgargianti di Milhaud prosegue la serata: Scaramouche, op.165c, nato per la rappresentazione de Il medico volante di Molière all’interno del Teatro delle Marionette di Parigi. Questo pezzo, formato da tre parti diversissime tra loro, è una moderna rivisitazione del concerto classico in tre movimenti.
Protagonista della seconda parte della serata giunge uno dei più famosi brani della musica del Novecento: Rhapsody in Blue di George Gershwin, pezzo che probabilmente non necessita di presentazioni. Il concerto in stile jazz vede protagonista il pianoforte di Giuseppe Albanese, che ci regala un’esecuzione brillante ed inaspettata, per nulla scontata e ridondante come spesso accade quando si tratta di approcciarsi a brani così celebri e tanto eseguiti. Con uno stile enfatico ed accattivante, il Maestro riesce a coinvolgere l’entusiasmo dei presenti, secondo il più vero spirito del jazz. Dalle sue dita sembrano essere avvinti tutti gli altri strumenti dell’orchestra, che a volte si ritrae per lasciar spazio agli assoli irruenti del piano, un ritmo altalenante e frenetico che delinea perfettamente la realtà alienante della New York di primo Novecento, nel pieno del suo rigoglio, colta nello splendore delle sue differenti realtà conviventi, nel miscuglio di razze, nella libertà artistiche e culturali che si manifestano. Troviamo nell’immagine della città con la sua follia metropolitana, probabilmente, lo stesso canone trovato nei precedenti brani: affiorano continuamente le diverse voci, condensate negli spiriti discordi delle numerose variazioni del tema. Tutto parte dal caos e dalla diversità per poi confluire nella potenza emotiva del finale, in cui tutta la vitalità travolgente del brano si manifesta.
L’esecuzione del brano è stata così apprezzata dal pubblico da essere seguita da ben cinque bis, eseguiti da Albanese: il Maestro si è cimentato in diverse variazioni ed improvvisazioni diversissime tra loro, molto in affinità con lo spirito jazz, suscitando l’entusiasmo e l’acclamazione ammirata di tutti i presenti. Un concerto, quindi, ben distante dai comuni programmi classici ma non meno coinvolgente ed affascinante, che probabilmente è servito a mostrare come la musica possa, al di là del genere in sé, rivelarsi ogni volta in tutta la sua forza emotiva e d’immaginazione.

Immagine: cabinarmadio.wordpress.com