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grupporoti1943

di Matteo Petracci*

Questa foto è stata scattata nel novembre del 1943 a Roti, una piccola frazione di Matelica che si trova sotto il Monte San Vicino. E’ una delle foto più belle scattate durante la Resistenza e, come fonte iconografica, ci dice molto sullo sviluppo del movimento partigiano nel nostro territorio e sui suoi protagonisti.

Nella foto ci sono giovani militari italiani, fuggiti in montagna dopo l’8 settembre, decisi a non consegnarsi ai nazifascisti e disposti a morire pur di non arruolarsi nelle fila della Repubblica Sociale Italiana.

Ci sono degli antifascisti di “lungo corso”, chiamati ad infondere nei più giovani la necessaria consapevolezza del perché si stava lottando: per cacciare i tedeschi, ma anche per liberare l’Italia dal fascismo. Il sesto, in piedi da sinistra con il basco in testa, è Francesco: durante la Guerra civile spagnola era partito dal Belgio con un camion pieno di scorte alimentari e vestiario da consegnare ai volontari delle Brigate Internazionali che stavano combattendo contro i franchisti. Davanti a lui, vestito di nero e con gli occhiali, Don Enrico, che aveva conosciuto la faccia violenta del fascismo sin dal 1931.

Ci sono degli stranieri, molti. Ci sono tre africani, fuggiti dal campo di internamento militare di Villa Spada, a Treia, dove erano stati rinchiusi dopo aver partecipato come “figuranti” all’Esposizione dei Territori d’Oltremare, a Napoli: Thur Nur e Mohamed Raghé, della Somalia italiana, e “Carletto”, etiope, quello accosciato sotto a Don Enrico. Ci sono slavi, russi e uno scozzese – Douglas, l’ultimo in basso a destra con la scarpe sfondate – probabilmente fuggiti dal campo di Sforzacosta.

E’ una foto che non ritrae solo un gruppo partigiano, ma propone una visione del mondo. Non ritrae una patria morente, ma una nuova Patria che sta nascendo, fondata sui valori di fratellanza universale e di solidarietà che poi, grazie alla Resistenza, avrebbero trovato spazio nella Costituzione della Repubblica. Una Patria antitetica a quella imposta dal fascismo, che era invece fondata sull’egoismo nazionale, sulla lotta tra i popoli e sulla gerarchia delle razze.

E’ una foto che non racconta solo il passato, ma parla al presente. Come il 25 aprile, che se non è qui, ora e sempre, resta soltanto una data da celebrare, mentre la funzione della memoria è quella di tener vive le lezioni del passato per declinarle nel presente, attualizzandole.

E’ una foto che, a quasi settanta anni di distanza, ci dice che il razzismo è un problema rispetto al quale tutti dovremmo sentirci “competenti”. Se si resta indifferenti, si fa il gioco dei razzisti.

E’ una foto che ci dice che la Patria non è quell’area circoscritta da confini politici all’interno dei quali si nasce, sono nati i propri genitori e i propri nonni. La Patria è quella che ti scegli, quella dove costruisci i tuoi legami, le tue relazioni, il tuo futuro.

Questi uomini erano stati cresciuti ed educati per essere nemici, si sono invece ritrovati ad essere compagni e fratelli. I loro sguardi, qui ed ora, ci dicono che dovremmo aggiornare i nostri concetti di nazione e nazionalità sulla base del senso di appartenenza ad una comunità determinato da percorsi condivisi di studio, di lavoro e di vita, non sulla base di principi di sangue.

Buon 25 aprile… sempre!

* Componente del direttivo provinciale dell’Anpi di Macerata, Presidente provinciale dell’Arci di Macerata e autore del libro di letteratura resistenziale Pochissimi inevitabili bastardi

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