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di Lucia Cattani

Nel silenzio del teatro si insinuano le prime note, quasi prive di accompagnamento. Nude, scheletriche e colme di una disarmante desolazione, sembra vogliano mostrare ciò che rimane all’anima superstite di chissà quali lotte e sconvolgimenti, in un rincorrersi compulsivo e apparentemente disorientato, in una caotica onda che cerca di emergere dal caos: è la suggestione intensa della scrittura atonale di Schönberg, che nei Drei Klavierstücke op.11 opera una svolta all’interno del suo stile compositivo ed inizia a tracciare il cammino della storia della musica del secolo XX verso la dodecafonia. Andrea Lucchesini riesce a suscitare le immagini oscure ed allucinate attraverso l’esecuzione di questi Tre pezzi per pianoforte con incredibile chiarezza: una narrazione dell’intimo, una materializzazione dei meandri più nascosti dell’animo in frantumi dell’uomo di primo Novecento. Queste frasi sospese ed accennate, discontinue e frenetiche a tratti sono il linguaggio profetico dell’interiorità che percepisce il sopraggiungere della tribolazione, della guerra (Schönberg le compose nel 1909, pochi anni prima del primo conflitto mondiale), della malattia morale e della morte delle passioni, della Sehnsucht romantica e dell’ottimismo a cui si era accompagnata la rivoluzione industriale dei decenni precedenti. Il dubbio si insinua, e l’angoscia si accompagna di pari passo nei ritmi incalzanti del secondo pezzo, fino a giungere al completo abbandono dell’orientamento nell’espressionismo musicale dell’ultimo, perfettamente associabile a quelle avanguardie artistiche che nel periodo in cui l’opera è composta sono fiorenti. Sono le visioni di Kandinskij che si manifestano attraverso le suggestioni di Lucchesini: l’arte diviene paradigma di una rivoluzione spirituale, e questa composizione, disancorata dalle ataviche regole compositive, è la dimostrazione della realizzazione di una nuova libertà dell’animo, che pur richiede all’uomo di doversi scontrare coraggiosamente e senza indugio o menzogne rassicuranti con il dramma del suo tempo.
Questa lezione, perfettamente attuale, domina l’inizio del concerto al Lauro Rossi dello scorso 19 aprile; il Maestro Andrea Lucchesini, riesce a far trapelare la profondità di un brano di così difficile fruizione con naturalezza ed emozione: lo si evince dal silenzio sospeso e quasi sacrale in cui gli spettatori assistono al germogliare delle note, ora lamentose, ora irruente, un vero e proprio manifestarsi della dimensione spirituale.

Il contrasto che si evince tra il primo e il secondo brano è suggestivo e, inizialmente, lascia sconcertati. Si viene infatti proiettati nella dimensione della piena animosità Romantica dell’Austria di Schubert, con i suoi Drei Klavierstücke D.946: l’angoscia e l’alienazione di Schönberg vengono attutiti, anche se sembrano essere ancora in agguato da qualche parte, dentro di noi. Ascoltando l’armonia e la misura di Schubert non possiamo ora dimenticare ciò che dominerà qualche decennio dopo: ogni frase in tonalità minore assume quindi un significato più drammatico, la dolcezza di altre è sottolineata. Si tratta di un ritorno all’ordine che rende ogni nota carica di significato e in cui viene enfatizzata ogni sfumatura. L’esecuzione di questi tre pezzi, di toccante lirismo, si è rivelata particolarmente affascinante e piena di espressività, senza però mai eccedere o forzare l’equilibrio delle tinte: vengono accostati e non mediati banale e sublime, che suscitano nell’ascoltatore il senso di una dimensione metafisica della realtà, una sorta di leitmotiv che unisce in qualche modo, pur nell’abissale lontananza, Schönberg a Schubert.

La seconda parte del concerto si apre con Drei Klavierstücke op.17 di Brahms: composizioni della vecchiaia, sono una piccola pagina intimistica del compositore, nella scia dello stile sentimentale che vede il pianoforte come privato confidente. L’Andante Moderato iniziale sembra una fantasticheria spesso malinconica ed ombrata di turbamenti che sembrano fondersi a formare un sentimento complesso ed oscillante. L’Andante ma non troppo in Si bemolle minore trasporta invece in un’atmosfera fiabesca e incantata, in cui diverse voci si armonizzano in un vortice che volge inaspettatamente ad un doloroso epilogo. Questo viene ripreso nell’ultimo intermezzo in Do diesis minore, rischiarandosi in una conclusione luminosa che però poi torna alla drammaticità nell’accordo finale.

Giunge la conclusione, dall’entusiasmo dirompente e carica di pathos, con la Sonata n.5 di Richard Strauss. Di stampo ancora romantico l’opera è tuttavia, come tutte le altre composizioni di Strauss, una dichiarazione di individualità, disancorata dai vincoli del proprio tempo. Dall’esecuzione del brano si evince tutta la carica suggestiva di cui è capace Lucchesini, che riesce a rapire attraverso un’interpretazione davvero toccante. L’Adagio cantabile in particolare è colmo di umanità: riesce ad esaltare le frasi melodiche di ampio respiro fino a renderle impalpabili ed evanescenti. Dopo lo Scherzo, che giunge irruento ma non aggressivo e affatto caotico, troviamo il coronamento nel Finale, davvero suggestivo: un tema arioso e coinvolgente che opera un dialogo, rendendo il tutto un alternarsi di momenti di tensione, preoccupazione e calma, fino al finale dirompente e colmo di vigore.

Gli applausi giungono copiosi, e con essi un gradito bis, l’Improvviso n.2 D.899 di Schubert, dominato dall’alternanza di due temi diversissimi. Nel primo assistiamo infatti al fluire ininterrotto e veloce di una melodia leggera e fluente, accompagnata da pochi accordi rarefatti della mano sinistra, quasi ad imitare il librarsi di una farfalla; nel secondo, che potremmo definire “all’ungherese” i toni si fanno carichi d’energia. Il risultato è quello di un equilibrio inaspettatamente efficace tra due parti così distanti fra loro, e il riascolto della prima idea produce sensazioni del tutto differenti, paragonabili alla dimensione del ricordo. Come i brani in programma, anche questo Improvviso sembra essere un inno alla libertà inventiva e creativa dell’artista che inizia a rifiutare ciò che i canoni vorrebbero imporgli; questo atteggiamento critico e produttivo nei confronti della musica è senza dubbio apportabile a qualsiasi altro ambito, ed è ciò che trapela dalle melodie piene di vigore ed energia spirituale eseguite dal Maestro, come esortazione verso gli ascoltatori, che si tratti o meno di artisti, di dar sempre voce alle proprie emozioni e alle proprie passioni. L’ampia attività di Lucchesini è infatti dominata dal fatto di esplorare la musica senza limitazioni, spaziando da repertori diversissimi tra loro: apprezzatissimo dalla critica fino ad essere insignito del Premio Internazionale Accademia Chigiana, è impegnato in un’intensa attività concertistica in Italia e all’estero, nonché in svariati lavori discografici. Con questo suo suggestivo concerto si conclude la stagione concertistica di quest’anno al teatro Lauro Rossi, organizzata dall’associazione Appassionata, che speriamo non tardi a riproporci eventi così validi ed emozionanti.

(In foto Andrea Lucchesini, da: http://www.loschermo.it)

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