Tag

, , , , , , , , , , , , , , , ,

atos

di Lucia Cattani

Sera inoltrata, 11 aprile. Sul palcoscenico del Teatro Lauro Rossi pervaso di luce tenue entrano i protagonisti, coloro che per poche decine di minuti modelleranno le emozioni di ciascuno dei presenti. E’ un operato difficile quello del musicista: si tratta di suscitare nello spettatore le proprie stesse visioni e sentimenti attraverso le note, di renderlo partecipe del miracolo che avviene nel modulare il suono a seconda che lo si faccia in maniera più lieve o più accentuata, dove anche una frazione di secondo può rimandare a suggestioni molto lontane fra loro.Se questo procedimento è già arduo per il solista, quando l’esecuzione è nelle mani di tre diversi musicisti la difficoltà di trasmettere le stesse immagini cresce in modo esponenziale. Così Annette von Hehn, Stefan Heinemeyer e Thomas Hoppe si preparano, con i gesti lenti e rituali propri di ogni concertista che si accinge ad esibirsi, a regalare ai presenti la propria intima interpretazione di tre famosi brani attraverso l’unione di tasti, corde ed archi. Il silenzio inframmezzato dai rumori di assestamento è quasi sacrale finché, dopo il respiro accentuato che sancisce l’attacco, la fresca melodia dell’Andante pervade il teatro: è il Trio n. 39 in sol maggiore di Haydn, un’accoglienza fresca e leggera in cui spicca il cristallino suono del violino, il cui tema è spesso ribadito dal pianoforte per essere modificato nelle variazioni. Il tono è quello spensierato e primaverile della corte con i suoi sfarzi e vezzi, che trascende nella dimensione più affettuosa e di fantasticheria del Cantabile, quasi una rimembranza sospirata e ombrata dalla malinconia tenue suggerita con sobrietà dal violino. E’ un dialogo vibrante, quello che intercorre tra i tre strumenti, che si corona nel Rondò finale, dai colori popolareschi che tuttavia non esulano dalla rigidità vivace di Haydn. Nel movimento finale si ha l’impressione di allontanarsi dalla corte per tuffarsi nelle danze vorticose del popolo, nella gioiosa e vivida tradizione folklorica mitteleuropea. Qui spicca l’espressività del violoncellista Heinemeyer che si manifesta, oltre che dal virtuosismo delle note, anche attraverso l’espressione del volto ci trascina nel tripudio del finale travolgente, tipico delle composizioni haydniane.
Con un balzo in avanti lungo quasi un secolo, il repertorio prosegue con una delle prime opere di Debussy, composta a soli diciotto anni d’età. Di raro ascolto, il Trio in sol maggiore è senza dubbio lontano dalle sperimentazioni armoniche anticonvenzionali che domineranno la produzione matura del compositore: tuttavia non mancano le strutture melodiche di carattere decorativo, a guisa d’arabesco, o il suggestivo dissolversi di certe frasi in pianissimo che riesce ad inebriare di tinte evanescenti il brano. Thomas Hoppe dimostra tutta la sua arte riuscendo a rendere l’atmosfera suggerita da Debussy fluida e leggera attraverso il pianoforte, valorizzando le armonie delle altre due voci: è nell’Andante espressivo che sembra essere raggiunto il culmine della serenità e della levità, in cui sembrano fondersi impressioni di paesaggi mediterranei rifulgenti di vita e malinconie tardoromantiche cariche di austerità.
A coronare lo spettacolo giunge il fortunato Trio in mi bemolle maggiore op. 100 di Schubert, probabilmente una delle opere più celebri ed eseguite, nonché il più alto livello raggiunto dal compositore in materia di musica da camera insieme all’altro Trio in si bemolle minore op. 99. L’opera è una tetralogia di vaste proporzioni in cui l’unità della forma è realizzata attraverso diverse assonanze tematiche tra i movimenti che la compongono. Composto da Schubert nel 1827, un anno prima della sua morte prematura, quasi premonizione del triste destino che lo attende, il Trio sembra suggerire il faticoso cammino di ogni uomo che, dopo la raggiante comparsa nel mondo suggerita dall’Allegro iniziale pieno di vigore, slancio melodico e libertà tonale, è condotto al tema intenso e pervaso di mestizia dell’Andante con moto. La consapevolezza portata dalla maturità comporta il deflagrare delle illusioni, di quelle speranze ingenue di cui era costellata la giovinezza: il canto doloroso del violoncello vivifica il dramma facendo pesare tutta la durezza del destino in una visione profetica di travaglio. Il tema ci pone di fronte all’esistenza di ciascuno di noi, all’oscillazione continua e spesso inattesa tra speranze e delusioni, serenità ed angoscia, ottimismo e desolazione. Il destino è imperversato da nubi continue e frenetiche che talvolta oscurano, talvolta vengono squarciate dalla luce: così alcune frasi colme di dolcezza giungono a lenire lo scoramento nell’ampiezza dell’Allegro moderato, in cui è il pianoforte di Thomas Hoppe a far rifulgere un ritrovato vigore ed ottimismo. Ritorna però il violoncello a recuperare il tema in do minore ancora una volta, con maggior potenza espressiva, in qualità di spannung dell’intera opera: un ultimo grido che inaspettatamente si tramuta in dolcezza ed armonia.
Non ci sono stati bis: si sarebbe altrimenti, probabilmente, rovinata una conclusione tanto lirica ed evocativa con inutili orpelli. L’equilibrio sancito da un’opera quasi sacrale sarebbe stato compromesso. Quello che resta a tutti è senza dubbio l’approccio deciso e passionale del violoncellista Heinemeyer, il rigore virtuoso di Annette von Hehn, la violinista, l’avvolgente sobrietà del pianista Thomas Hoppe. Il Trio Atos può vantare infatti un gran numero di riconoscimenti in importanti concorsi di musica da camera, meritandosi la fama di essere una delle formazioni tedesche più apprezzate nel mondo: è tutt’ora impegnata in una tournée che prevede concerti in vari paesi, tra cui l’Italia. Il suo impegno si estende anche alla sensibilizzazione alla musica classica nelle scuole tedesche, per alimentare tale interesse nei futuri musicisti. Questo impegno e spessore dimostrato dalla formazione senza dubbio è trapelato dall’esecuzione suggestiva dei brani. Non è sufficiente infatti una scelta suggestiva del repertorio per appagare gli uditi degli ascoltatori: serve coesione tra gli strumenti e armonia tra le voci, attributi che certamente non sono mancati al trio Atos e che si sono manifestati nella partecipazione carica di emozione ed entusiasmo dei presenti, colpiti oltre che dalla maestria, dall’umanità condensata nei brani eseguiti, che sembrano essere paradigma dei diversi aspetti della Comédie humaine di cui tutti siamo parte.

(In foto Trio Atos, da: http://www.musicavivaaustralia.wordpress.com)

Annunci