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di Alessandro Seri

Per uno strano caso del destino pensavo ai nomi delle scuole e a quanti istituti tecnici o licei scientifici sono dedicati a Galileo Galilei e allo stesso tempo quanti licei classici vengono nominati in ricordo di Giacomo Leopardi, due pilastri della cultura italiana, forse mondiale. Due personalità distanti che per una volta, sempre per causa del destino, hanno dialogato a strettissimo contatto grazie alla magia del teatro e del caso appunto, grazie allo spettacolo “ITIS Galileo” portato in scena il 4 aprile scorso a Recanati da Marco Paolini: uno dei più grandi narratori da palco. Perché bisogna pur ammetterlo che un evento come il racconto di Paolini sulla tragedia del Vajont ha fatto scuola, è stato punto di riferimento per gran parte del teatro e spunto di riflessione per tanti, forse ancora troppo pochi, italiani.

Comunque Recanati non è ancora in primavera come ci si sarebbe aspettato in questo tempo e la sera è umida e la piazza principale sovrastata dal colosso bianco di Giacomo è vuota come fosse inverno. Per fortuna il teatro Persiani, nel suo rosso di provincia nobile, è pieno in ogni ordine di posti. C’è attesa e voglia di assistere, di ascoltare e l’attesa viene meno quando l’attore inizia, non dal palco ma con un dialogo in platea.

Paolini e il pubblico che un po’ spiazzato ma anche divertito, lo asseconda in una presunta introduzione allo spettacolo tutta basata sulla scoperta, riscoperta e lettura in sala del “Dialogo sopra i due massimi sistemi” libro pietra miliare per l’umana gente che di fatto è già esso stesso spettacolo. Qualcuno in platea si chiede se la narrazione iniziata può fare a meno delle tavole del palcoscenico finché come di rito il sipario si apre per creare un altro infinito spazio, quello d’inizio della storia: il racconto della vita geniale, ostinata, drammatica di Galileo Galilei, oggi padre della scienza ma allora, allora, eh allora andò diversamente.

Parte così sotto l’incombenza di una sfera che sembra un mondo, una bomba e un po’ pendolo questa rievocazione precisa e viva; parte dalla comprensione, e gli autori lo avranno sicuramente fatto, delle ragioni intime anche di fama e gloria del giovane Galileo visionario e povero, cosciente del suo coraggio e del percorso ma altrettanto incosciente, come tutti quelli nati in febbraio, delle tempeste da affrontare per giungere all’approdo ultimo desiderato. Si studia a Pisa e poi si parte per arrivare a Padova dove, che quasi sembra oggi, si vive tra insegnamento precario e illuminazioni e corrispondenze con Johannes Kepler e soprattutto si guarda in alto verso le stelle perché fu quello un tempo di frontiere, di slanci e di riforme; di controriforme severe, ferme, inquisitrici.

Paolini nel narrare usa tutto il corpo, ogni singolo gesto e movimento è utile allo scopo e non si fa sfuggire il gusto del dialetto, la maschera della commedia, il sostegno della Storia che si trasforma e non è più materia da istituto ma racconto. E il pubblico se la gode tutta questa narrazione persino quando per soldi e per prestigio si cambia rotta e torna giù verso Firenze lo scienziato a scrivere il libro di cui abbiam parlato e poi ancor più giù si arriva a Roma.

E da qui faccio un excursus personale per tornare a riflettere sul caso, sul destino, che volle nel 1612 il frate domenicano Tommaso Caccini scagliarsi dal pulpito di Santa Maria Novella in Firenze contro certi matematici moderni che osavano contraddire le scritture tanto da inimicarsi un giovane fiorentino poco noto allievo di Galilei, tale padre Giovanni Ciampoli, al sottoscritto estremamente caro, e non per caso lettore preliminare del “Dialogo sopra i massimi sistemi” in quanto segretario e cameriere segreto di papa Urbano VIII. Non vi nascondo, lettori, l’entusiasmo provato nel rendermi conto di possedere un pezzo di questa storia, di averlo in biblioteca. Così tornando al papa e a Galileo vale ricordare il dissenso sul libro e poi il processo e la condanna sfociata nell’abiura più famosa al mondo.

“Eppur si muove” ci insegnano da tanto a noi moderni, e narra la leggenda, o che sia vero non importa, che in questa storia imbastita dal veneto Paolini c’è una morale infinita come lo sguardo che si mira dal famoso colle, lo stesso che ho intravisto al buio dopo lo spettacolo portandomi dietro il vociare della calca all’uscita dal teatro. Un uomo indomito, il vecchio Galileo, seppure presuntuoso aveva egli ragione più di tutta una teologia, aveva più ragione dei potenti, aveva dalla sua la forza, la costanza e suo era il futuro. In macchina verso casa, con la frenesia di rovistare tra i miei libri vecchi, pensavo al domenicano Caccini di cui non si sa più nulla mentre Galileo è sepolto con monumentale sfarzo nell’altra chiesa bella di Firenze. Dentro il tempio francescano di Santa Croce egli riposa ed io quando ci passo lascio un saluto ricordandogli sotto voce che per causa sua il Ciampoli fu esiliato a Jesi e Civitanova e ancora attende risposta a quella lettera del 1633 che lo invitava nelle Marche dove l’allievo aveva “trovato consolazione nello studio e ancora la speranza di scrivere qualcosa per la quale esser ricordato”