Tag

, , , , , , ,

biblioteca-leopardi

di Eleonora Tamburrini

“Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia”, scrive Leopardi non ancora ventenne al classicista e amico Pietro Giordani. È uno dei primi segnali dell’insofferenza per la provincia, per le sue ristrettezze di vedute, per la povertà di interlocutori. Persino Macerata, appena più grande e più culturalmente viva, da qui si vede da lontano, arrampicata su un’altra collina, e come sempre oltre la siepe. Verrà il momento agognato e furioso della partenza, verranno i soggiorni a Milano, Bologna, Firenze, Pisa, e i ritorni, dolci e inaspettati come solo i ritorni in provincia sanno essere, tanto da doverne parlare ancora “con gli astri”, le “Vaghe stelle dell’Orsa…sul paterno giardino scintillanti” de Le Ricordanze; anche la morte sopraggiungerà lontano, nella Napoli di Ranieri, ma la casa recanatese resterà per tutta la vita un’eterna calamita bipolare, respingente e irresistibile, rimossa e onnipresente come l’infanzia.
Palazzo Leopardi, ancora oggi abitato dagli eredi e sempre aperto al pubblico, è così grande e sobrio da raccontare già al primo sguardo molto dell’atmosfera asciutta da aristocrazia in disarmo in cui Leopardi cresce e si forma. Con i luoghi e più dei luoghi, soltanto i libri: per questo la visita della casa ruota attorno allo spazio immenso della Biblioteca, che con i suoi oltre ventimila volumi è per Leopardi il più aperto e sconfinato degli orizzonti. Inoltre, dallo scorso giugno e fino a dicembre prossimo, è visitabile nei locali dell’ex frantoio al pian terreno una mostra che chiama Leopardi per nome, come si è tentati di fare in queste stanze trasformando la devozione in accento familiare: Giacomo, “Giacomo dei libri”.
In un percorso che si snoda in sei sezioni una selezione di materiali interni e in prestito dalla Nazionale di Napoli ripercorre la genesi e spiega l’importanza di questa raccolta sterminata, con particolare attenzione, specie nella prima parte, al suo ideatore Monaldo, che dopo un fallimentare tentativo commerciale che riduce in gravi ristrettezze la famiglia, si vota interamente all’educazione dei figli col piglio sicuro e l’aspirazione alla grandeur di un illuminista sincero quanto contradditorio. La moglie, la gelida Adelaide, porta in dote l’attitudine alla gestione del patrimonio e un cattolicesimo vagamente mostruoso; Monaldo compensa, con quel suo estro incontrollato da intellettuale e poeta di scarsa fortuna, e finisce per fare da madre ai suoi figli, per quanto il suo accudimento passi quasi esclusivamente attraverso la formazione intellettuale. È con questa risolutezza che iniziano le acquisizioni, fortemente incrementate dalla secolarizzazione dei beni ecclesiastici, e continuate negli anni con la collaborazione sempre più attiva dei figli e l’apertura pubblica del 1812: un gesto di moderna liberalità in pieno stile illuminista, che solo basterebbe a esaltare la figura di Monaldo, tanto singolare quanto spesso dimenticata.
Proseguendo nella visita dell’esposizione, la Biblioteca è ripercorsa e descritta come lo strumento essenziale alla formazione del giovane Leopardi: dai primi luoghi di studio, dizionari e repertori, fino alle fonti classiche, dai metodi gesuitici ai testi scientifici e religiosi, fino alla scoperta degli illuministi francesi e dei grandi modelli italiani (Dante e Petrarca in primis), oltre a figure di svolta come Madame De Staël.
Nel suo complesso la mostra ha certamente il pregio di alternare il fascino dei manoscritti antichi e delle edizioni della primissima produzione leopardiana alle ormai irrinunciabili aree interattive: l’Enciclopedia virtuale sfogliabile, lo Zibaldone animato nei suoi meccanismi interni di enorme mappa del pensiero in continua espansione. E con un chiaro intento didattico si espone al rischio che appartiene a tutte le mostre del genere: il visitatore meno attento, concentrato sugli oggetti, certo meno immediatamente fruibili e dunque meno accattivanti di quelli che potrebbero abitare una qualsiasi altra esposizione d’arte, rischia di non afferrare il senso e l’importanza di un’operazione come questa. Invece la mostra completa la Biblioteca stessa, diventa la perlustrazione di quello che potremmo chiamare il laboratorio dello scrittore, il retro, il fondo, l’abisso di ogni sua parola. Oltre al fascino inafferrabile e ambiguo della calligrafia, che si vorrebbe spogliare da ogni sussiego formale e indagare nel suo potere di rivelazione, nei manoscritti si consuma tutta la guerra filologica delle varianti, delle correzioni, dei ritorni, quella lunga pazienza che è il genio. Questa fenomenologia della genesi letteraria non riguarda naturalmente solo Leopardi, ma quasi ogni esperimento di scrittura, anche microscopico, che possa dirsi artistico: conosce la sua fase di “tempesta”, ma come si ricorda in più momenti nello Zibaldone, deve poter decantare, deve sopravvivere nel tempo e grazie al tempo cambiare. Niente di più lontano da una certa visione alterata della poesia – specie ottocentesca – come frutto di “impeti e assalti”, che non ha mancato di abbattersi anche sul Leopardi lirico dell’endecasillabo sciolto e degli idilli, tuttora limitandone fortemente la ricezione comune entro il confine di etichette scolastiche svilenti e improduttive.
L’esperienza del manoscritto, la sua logica di palinsesto in continua stratificazione, basteranno a trasmettere una prima idea della complessità del lavoro letterario di una figura imponente come quella di Leopardi. In quest’ottica, ogni volume della biblioteca apparirà come un momento irrinunciabile nell’edificazione di una filosofia, di una poetica, di una visione sul mondo. Solo a titolo di esempio, i classici che nella mostra troviamo affiancati ai puerilia, sono certo i modelli incontrastati delle prime sperimentazioni classiciste da giovane erudito, ma vanno guardati come precoci illuminazioni che non lo abbandoneranno mai più: sia nei Canti che nelle Operette Leopardi convoca come ipostasi Saffo, Bruto, Plotino, Porfirio e molti altri, così come intesse con i suoi autori un dialogo continuo e sotterraneo che corre fin nelle pieghe più sottili dei testi; pensiamo, a minimo esempio di un’intertestualità sconfinata, alla riscrittura della Circe virgiliana operata nell’immagine ricorrente della fanciulla al telaio (A Silvia, La vita solitaria), o a quella altrettanto famosa del notturno lunare omerico (e per diversa filiazione anche dantesco e petrarchesco) che ricordiamo ne La sera del dì di festa, e ancor prima, nel Discorso di un italiano per la Biblioteca Italiana. Stesso valore fondante e costitutivo per il Trecento italiano e i filosofi francesi; dunque è solo con questa prospettiva che è possibile cogliere pienamente la rilevanza della sezione finale dedicata allo Zibaldone e alla sua struttura enciclopedica e consultabile per parole ricorrenti e temi: Leopardi non si limita a compiere un percorso in cui gli archetipi personali e quelli storici si mescolano, ma ne sottolinea la grandezza e la consapevolezza, disponendo un diario propedeutico di cui ci offre una totale mappatura.
Tutto questo per dire che i libri, i fogli sparsi, le annotazioni microscopiche, gli incunaboli della Biblioteca di Recanati vanno considerati non solo oggetti ma veri luoghi, come le stanze della biblioteca e della casa, come la piazza e il colle e la siepe, che pure sono essenziali a costruire e ricostruire i primi decisivi anni di un’infanzia ricca e terribile. I libri e i luoghi per Leopardi sono profondi, com’è profonda quella memoria che tutto moltiplica. Nel 1828 sempre nello Zibaldone Leopardi annota: “All’uomo sensibile e immaginoso […] gli oggetti sono doppi”. In questa duplice dimensione risiede il potere della letteratura passata, la sua instancabile possibilità di rigenerazione presente, e nel doppio sta anche il piacere, residuale e negativo, dell’uomo che dalla visione del momento risale al sentimento vago e indefinito della fanciullezza trascorsa, accede allo spazio della rimembranza. Non è un caso che i luoghi fisici della poetica leopardiana siano essenzialmente quelli di Recanati e delle origini, e non altri. E oggi, uscendo dalla selva dei libri, è quasi un rito onomastico, un atto di ricreazione, passeggiare tra la Torre del Passero solitario e la Piazzuola del Sabato del villaggio, indovinando gli altari sacri e ipotetici delle case di Silvia e di Nerina, poi salire sul Colle dell’Infinito per fingersi uno stesso orizzonte o tornare a ricordarne un altro ancora.

In foto, la Biblioteca Leopardi

Annunci