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di Manuel Caprari

Umanzuki, al secolo Mattia Betti alla batteria, Alessandro Iacopini al basso, Tommaso di Tommaso alla chitarra. Fiorentini, due Ep all’attivo, Pipes and Sugar e Sonic Birds. Che genere fanno? I tentativi di descrivere il loro sound, cercando in internet, si sprecano: jazz core, però in questo secondo ep vanno più verso l’ambient e la psichedelia, ricordano il noise ma sono anche industrial; sulla loro pagina di facebook definiscono la loro musica “minimalism”; e forse è la definizione più azzeccata, non tanto perché è la loro, ma quanto perché in effetti mentre li ascoltavo, viste le atmosfere m’aspettavo da un momento all’altro di girarmi e trovarmi faccia a faccia con Patrick Bateman, lo yuppie serial killer protagonista di American Psycho (qui forse chi conosce il romanzo potrebbe muovermi un’osservazione, che non anticiperò perché sarebbe uno spoiler; se non l’avete ancora letto, rimediate al più presto). Ora, sul fatto che Bret Easton Ellis sia veramente definibile come uno scrittore minimalista alcuni nutrono dubbi, ma per tagliare la testa al toro, se avete presente cosa s’intende per minimalismo quando parliamo di Ellis potrete cominciare a farvi un’idea del sound degli Umanzuki; per il resto, continuate a leggere.

Venerdi 29 marzo gli Umanzuki hanno suonato al Terminal, che è uno dei locali storici di Macerata, e che nei decenni, è proprio il caso di dirlo,  ha sempre mantenuto costante sia la sua natura di luogo informale dove uno si ritrova puntualmente a chiacchierare con chiunque, che quella di essere una sorta di crocevia e direi quasi laboratorio creativo dove è possibile assistere a eventi culturali praticamente di qualunque tipo: monologhi, reading di poesia, festival di teatro sperimentale e concerti sono all’ordine del giorno. Per chi viene da fuori, il locale va cercato, perché è leggermente fuori dal centro storico e dalla strada non si vede, e questo fa parte del suo fascino; sempre per chi viene da fuori, vale anche l’avvertenza che se il concerto è previsto per le dieci inizierà non prima delle dieci e tre quarti.
Venerdi sera, infatti, verso le undici, gli Umanzuki hanno cominciato a suonare: i due chitarristi seduti di spalle al pubblico, rivolti verso il batterista, sembravano gli officianti di un misterioso rito cyberpunk; per quarantacinque minuti hanno suonato senza interruzioni, supportati da ritmi ossessivi, stranianti, tribali e meccanici, sui quali il batterista interveniva in controtempo e le chitarre, effettate e distorte all’inverosimile, sembravano gettare grida d’allarme che però si scioglievano in continuazione in un lirismo dai riverberi quasi ultraterreni; un sound che rimanda a scenari di alienazione sociale che viene rimodellata e trasformata in un grido catartico; il ritmo, la scansione del tempo è la nostra prigione e la nostra libertà; il controtempo è la quintessenza, la sintesi tra la razionalità che ci permette di creare strutture e la creatività che ci permette di spezzarle.
O forse ho perso il conto delle birre. In ogni caso, la musica era eccezionale, e la compagnia idem. Come sempre. Anche perché Patrick Bateman non s’è visto nei paraggi.

(immagine tratta da http://www.hdwpapers.com)