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Jannacci

di Simone Palucci

Messico e nuvole si potrebbe dire, un cielo incerto, un impermeabile beige su capelli bianchi e sguardo vispo. Enzo Jannacci lo ricordo così, l’aria un po’ spaesata, il sorriso indimenticabile nella cornice di Musicultura di qualche anno fa, festival al quale il cantautore milanese era molto legato. All’arena Sferisterio noi giornalisti, circa una ventina, sembravamo un branco di iene in attesa che la preda finisse il sound check pomeridiano, per osservare il suo sorriso da vicino, strappargli qualche parola, tentare di entrare in simbiosi con quella genialità.
All’improvviso spuntò Roberto Vecchioni, minuto e quasi atletico, un altro sorriso spiazzante da quella Milano all’apparenza tanto snob. Insieme cantarono E la vita l’è bela, con un credo e un’intensità sconcertanti. Poi Luci a San Siro, con Jannacci che non riusciva a ricordare le parole a memoria e anche la sera, con il pubblico davanti, lesse il testo da alcuni fogli di carta che aveva in mano. Ma non era importante, l’importante è stato solo quel duetto indimenticabile, quelle voci che si alternavano e si univano, quel ricordo indelebile incastonato nella memoria di Macerata. Con una sorta di ebbrezza emotiva, iniettata dalla performance appena ascoltata, il branco di giornalisti si mosse per poter parlare col medico cantautore, mentre il sound check di Vecchioni proseguiva. Fu un’esperienza nuova, unica. Noi facevamo le domande e Jannacci rispondeva con toni pacati, quasi dolci, mangiandosi le parole, sottovoce, con la musica di Vecchioni che ci sconvolgeva le orecchie e ci impediva di capire cosa stesse raccontando Jannacci. Almeno venti minuti di chiacchierata, al termine della quale tutti ci guardammo negli occhi smarriti. Avevamo ascoltato per venti minuti Enzo Jannacci parlare, senza aver capito praticamente nulla di quello che aveva detto. Io avevo capito solo uno spezzone di una frase, il fatto che le domenica era solito andare a fare delle gite all’Idroscalo con Dario Fo e Franca Rame. Un po’ poco, è risaputo il suo legame con Fo, con Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Cochi e Renato, insomma la scuola milanese, principe del teatro o cabaret canzone . Fortunatamente alcuni colleghi della radio avevano registrato la conversazione, permettendoci di capire un po’ di più. Ma forse non c’era nulla da capire oltre a quello cui avevamo assistito. Il palco, la musica, le emozioni e le parole, il jazz nascosto tra le dita del pianoforte suonato dal figlio Paolo. Perché questo era Enzo Jannacci, uno strepitoso jazzista, uno spacciatore di sorrisi, il cabaret intelligente sintetizzato nella forma canzone. Il collega del Messaggero Marche Simone Ronchi racconta di sua nonna, ricoverata all’ ospedale Sacco di Milano, che dopo un delicato intervento ricevette la visita del dottor Jannacci, che le intonò una canzone cambiando l’umore della giornata. Eccolo lo spacciatore di sorrisi. La grandezza di un uomo consiste proprio nel non pensarsi mai grande, ma volgere lo sguardo agli altri. Enzo Jannacci lo faceva quotidianamente, in ospedale come al bar, quel bar di cui era parte, come gli altri clienti che diventavano i protagonisti delle sue storie, da L’Armando a El purtava i scarp de tennis, fino a Vincenzina e la fabbrica, senza considerare la principe tra tutte le canzoni dedicate agli umili e, soprattutto, agli esclusi, Vengo anch’io, no tu no. Quest’ultima non è solo una canzone, bensì una perla, una sintesi dell’opera di Jannacci, che gli diede un successo clamoroso forse senza essere compresa fino in fondo. Oltre al tema cruciale dell’esclusione e dell’emarginazione, triste e tragica apartheid quotidiana, c’è tutto il cabaret musicale del medico cantautore, senza considerare la costruzione jazz del brano. Quel jazz che Jannacci aveva sempre amato e coltivato, che l’aveva spinto negli States, che l’aveva condotto a suonare con mostri sacri quali Chet Baker e Stan Getz. L’improvvisazione, l’istinto, le radici affondate nella realtà circostante, gli umili e gli ultimi, i derelitti, tutti ingredienti perfetti di unione per la musica, il cabaret, la denuncia sociale. Sì, perché Jannacci, con la sua ironia e forza critica è sempre stato un passo avanti, un esempio lampante è rappresentato da I soliti accordi, brano portato al Sanremo del 1994 in coppia con Paolo Rossi. Insomma, quasi vent’anni fa, prima dei pentagrillini, l’irriverente e geniale coppia all’Ariston diceva “i piccoli ladri li impiccano sempre i grandi ladroni. E allora la storia non è più la stessa se un giovane grida, e grida e fa i nomi da una finestra. E rischia la pelle perchè i nomi son tanti, guardare giù in fondo alle pagine gialle alla voce bastardi. Le solite facce, le solite palle, i soliti accordi”. Quel sorriso contagioso è un’eredità lasciata a tutti, regalata alla collettività, a chi ne ha bisogno. E se ora si trova a suonare altrove in quartetto insieme a Giorgio Gaber, Stan Getz e Chet Baker, sicuramente ci farà piovere addosso la dolcezza di Sfiorisci bel fiore, lasciandoci la consapevolezza che lui, nel libro mastro della nostra memoria, non sfiorirà mai.

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