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i-vecchi

di Alessandro Seri

Ai lati della strada dovrebbe esserci la segnaletica generalista e riconoscibile, dovrebbe esserci una staccionata a delimitare la via e la carreggiata dovrebbe risultare sicura e grigia in modo da evitare ogni possibile distrazione e invece contro ogni presunta regola salubre e razionale spunta dalla nebbia del primo aprile una ginestra, insicura, insalubre, irrazionale, irriconoscibile quasi attraverso il grigio, attraverso le gocce dense che mal sopportiamo a quest’ora dell’anno. La ginestra è vecchia come il cucco, è l’antimateria dell’inverno, il titolo di una poesia, il simbolo di una possibile resurrezione, la guida che mi suggerisce i passi inversi.

Per anni ci hanno convinti che avremmo potuto avere tutto, che la vita da bere era la formula perfetta, che la pubblicità era utile ai film in quanto consentiva di vederli in televisione senza tirar fuori una lira, ci hanno mostrato come era bello essere ricchi, avere la villa al mare, il macchinone, prendere di tanto in tanto un concorde e arrivare a New York in tre ore (salvo qualche disdicevole imprevisto), ci hanno ammansito con i sederi al vento delle oche che in un treddì antelitteram uscivano dallo schermo a placare i rigurgiti di una nazione intera malata di se stessa, del proprio ego, dello stereotipo del bello che qualcuno, non noi, ci ha cucito addosso. E poi s’è alzata la nebbia inaspettata, quando sembrava che dovesse arrivare la primavera, quando la new age offriva come rimedio l’era dell’acquario o una fine del mondo tra le tante, quando tutto appariva andasse per il giusto verso la bolla è scoppiata ed ha rivelato la nudità del re: l’economia dei soldi virtuali, le banche, le finanziarie i bond ed i jamesbond sono volati via lasciando senza ciambella l’italiano medio noto-attore che a malapena fino a quel momento si teneva a galla pensando di essere l’unico in tutta la piscina da salvare. E invece nemmeno questo era reale, la gente nella piscina era settemiliardi e molti di questi erano emergenti e come i loro paesi avevano gran voglia di nuotare mentre il noto-attore si accorgeva di stare stretto, di non saper bene come restare a galla, competere con tutto quest’altro mondo che intanto premeva alla frontiera. Aivoglia a disprezzarli con la mistica del dio Po questi stranieri che vengono a tenerci i vecchi, a salvarci pagando gli italioti debiti con contributi che non matureranno mai pensioni, aivoglia a rintanarsi nella retorica delle città d’arte se poi ci costruiamo intorno centri commerciali e capannoni cubici, aivoglia a pensarci settima economia del mondo (che forse lo siamo pure al lordo dell’evasione fiscale) se non ci convinciamo di cambiar rotta, mutare accento, smettere di giustificare il nostro malcostume che tanto siamo italiani gggiovani e bravagggente. Cari coetanei non coesi e cari altrettanto divoratori illustri antecessori generazionali nostri, qui siamo al fine della strada, sull’orlo “de lu sprufunnu”.

Aprile duemilatredici è nebbia fitta, è confusione, è una ricetta della prozia malata: un terzo di giacobinismo di facciata, un terzo di radical chic senza una meta, un terzo di volgare ignoranza dilagata ed ecco servita la pietanza non salata, “sciapa”, tanto insipida da non volerla ingurgitare. Poi siamo sempre a disquisire degli altri, dei vicini, dei negri magrebini, dei ladri delinquenti ma siamo sempre noi che andiamo a fari spenti. Tenera era la notte secondo il romanziere ma qui sembra una tenebra e non un albeggiare. Così che per fortuna tornano in voga i vecchi, le nostre uniche guide, quelle che sono morte ma ancora conserviamo dentro, quelli che invece dalla fine del mondo arrivano a darci un segno, quelli che scelgono un nome poverello o quelli che non si dimettono nel più completo stallo; un tempo li deridevo i vecchi quando nel corpo avevo il demone fermento, ora li anelo i vecchi e li rimpiango, mi mancano i miei nonni migranti di ritorno, mi mancano gli esempi e gli indirizzi, seppure una maturità raggiunta, seppure consapevolezza assunta deficio del sostegno che attraverso la buona volontà si fa forza d’impegno. D’altronde lo ammetto non mi aspettavo tanto, vedevo i miei coetanei corrermi feroci intorno, veloci come razzi, vestiti di firme e di svolazzi, li vedo ancora oggi sti coetanei sotto l’ipnosi delle vetrine luccicanti, telefonare a tutti gli attimi, gli istanti, però sembrano perdersi gli anni più belli; depressi, senza futuro, ridotti a cavie per l’happy our, attendono che passi il tempo non più dentro la bolla, sono soltanto un fiore dalla bugia corolla. Se una speranza resta la metto in mano ai vecchi che ancora la sanno lunga, che sanno pazientare, che sbeffeggiamo guardandoli dormire senza che ci sia dato di capire che a volte per ripartire prima di tutto è meglio riposare. Così forse svanisce la nebbia di aprile e le ginestre ai lati della strada riacquistano il giusto calore, e di nuovo nell’ordine dei tempi anche a noi evanescenti verrà concesso il turno di guidare, se nel frattempo avremmo almeno preso la patente.

(foto tratta da Lamericano82.com)

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