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di Manuel Caprari

Donald Edwards, batterista dal robusto stile alla Art Blakey, che vanta una lista di collaborazioni a dir poco impressionante, cito a caso Freddie Hubbard, Roy Hargrove, Wynton Marsalis, Terrence Blanchard, e potrei continuare ad libitum.
Boris Kozlov, bassista, arrangiatore e direttore musicale della Mingus Big Band, che nel 2010 ha pubblicato “Double Standard”, disco solista, cosa che per un bassista è sempre una sfida particolare, un discorso un po’ a sé rispetto a quello di altri strumentisti; ma d’altronde, quando s’ascolta il jazz si dovrebbe forse tenere in mente la frase di Charlie Mingus “follow the bass”.
David Kikoski, pianista, una carriera ormai ventennale da leader di vari ensemble con più di dieci album all’attivo, oltre a svariate collaborazioni con altri musicisti e altre formazioni.
Seamus Blake, sassofonista, vincitore del Thelonius Monk Award nel 2002, nato in Inghilterra, cresciuto in Canada e poi trasferitosi a New York.
Alex Sipiagin, trombettista, arrivato negli Stati Uniti dalla Russia nel 1991, anche lui con una lista di collaborazioni infinita e una prolifica carriera solista all’attivo.
Le strade di questi cinque musicisti si sono intersecate spesso, negli anni, come è normale che sia nell’ambito del jazz; Kikoski ha suonato nei dischi di Blake, Blake nei dischi di Kikoski, Boris Kozlov nei dischi di Sipiagin, e così via.
Ma soprattutto tutti quanti sono passati per la Mingus Big Band, e nel 2011 nasce il progetto Opus Five, che li vede impegnati insieme e sotto il cui nome hanno pubblicato due album, “Introducing” nel 2011 e “Pentasonic” l’anno scorso. Attualmente stanno girando l’Europa per presentare la loro musica, e sabato 23 marzo hanno fatto tappa al Teatro Lauro Rossi, all’interno della rassegna TLR jazz di cui in questo luogo abbiamo già avuto modo di parlare, e avremo modo di parlare anche in seguito.
Durante il concerto gli Opus five presentano principalmente brani composti da loro, con l’unica eccezione di un brano dal ritmo bossanova, “Ton To Tom” di Toninho Horta, dedicata a Tom Jobim. I brani hanno strutture complesse ma riescono a essere piuttosto accattivanti.
Il rischio di avere un quintetto di all star sarebbe quello di trovarsi di fronte a cinque solisti che si alternino in lunghi assoli; fermo restando che non ci sarebbe nulla di male, va constatato che non è questo il caso: l’ensemble risulta perfettamente affiatato, le sensibilità musicali dei cinque s’incastrano a perfezione l’una con l’altra: le percussioni energiche e fantasiste di Blake; il basso incalzante e pulsante di Kozlov, che rivela la sua chiara impronta mingusiana; i fraseggi raffinati di Kikoski che ricordano quelli di Bill Evans ma con sfumature che vanno da Hancock a Jarrett; l’interplay di stampo hard bop tra i due strumenti a fiato; tutto questo crea un sound unitario, corposo e potente, e quello che ne risulta è un concerto particolarmente ritmato e trascinante. Praticamente niente blues e niente ballad, solo qualche momento intimistico lasciato al pianoforte, quasi en passant, ma prezioso. Il resto è tutto ritmo ed energia.
A concludere la serata, dopo il teatro, siamo andati a prendere una birra al Pozzo, per ascoltare la jam session di musicisti locali che s’alternavano a tastiere, sax, batteria e contrabbasso. Non male, subito dopo un concerto a teatro, andare al pub ad ascoltare ancora musica live: la musica è un flusso costante, un linguaggio condiviso, che s’adatta all’ambiente e alle situazioni, e che sia ai massimi livelli di professionalità che a livelli più amatoriali, a teatro come in birreria, comunica, coinvolge ed emoziona.
Io sono andato via verso l’una e mezza, ma solo perché il giorno dopo m’aspettava un’alzataccia; là stavano ancora suonando di gran lena.

(immagine: Gil Mayers, Aboriginal Jazz, 1997)