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di Arianna Guzzini

L’attesa al teatro Giacomo Leopardi di San Ginesio era palpabile, un ulteriore velo materiale al rosso velluto del sipario. Quando si è dinanzi un rinnovamento così estremo, difficile diviene il poter reperire esatte aspettative. Ci si chiede quanto e come una così radicale riconversione alla fede e l’aver abbracciato uno stile di vita ormai fuori dal comune, abbia potuto incidere e trasformare Giovanni Lindo Ferretti, anche se a dire il vero di comune lui non ha mai avuto nulla. Ex comunista e fondatore dei CCCP, CSI e PGR, dal punk al rock sempre “fedele alla linea”. Di voci sul suo conto ne sono scorse tante ultimamente, forse spesso non troppo veritiere. I suoi fans erano rimasti spiazzati da questa sua fede ritrovata, così lontana da quella vecchia linea, dal suo eremitaggio al suo vecchio paese d’origine appeso fra le montagne alpine, dal suo ritiro dal mondo della musica, e chi più ne ha più ne metta.    L’auto-sfatamento di un mito.                             Che l’idolo si sia bruciato?                                                             Si muove il sipario. Dal primo spiraglio s’amplifica la visione del palco: due leggii accostati e posti a tre quarti, nessun ulteriore supporto scenografico, solo due uomini su due sedie, incarnazioni di se stessi, Giovanni Lindo Ferretti ed il violinista Ezio Bonicelli. Con uno scatto immediato l’attenzione tenta d’afferrare lo sguardo di Giovanni, concentrato a contatto con i fogli, s’alza al pubblico per un istante sereno, placato. Prende così avvio il recital Bella gente d’Appennino, tratto dall’omonimo libro di Ferretti recentemente pubblicato. La sua vivacità artistica resta immutata, lo s’intuisce sin dalla prima battuta. L’accurata ricerca di parola s’eleva a poesia come un tempo, a mutare non è ancora nemmeno l’intensa profondità di contenuti. È l’epilogo rasserenante di un concentrato di forti e grandi esperienze ricercate o macigni piombati addosso, la conclusione di una sempre sofferta ricerca di sé, di un’identità che s’eleva e si rende indipendente dal mondo e nel mondo. Ferretti si racconta, narra di come il suo ritorno alle origini, il ritorno ai suoi padri l’abbia ricondotto al Padre. Non c’è necessità di recuperare il vecchio mito, a nulla serve, semplicemente i fatti e la recente esperienza del Ferretti uomo sono motivazioni sufficienti alla comprensione. Le note del maestro Bonicelli s’accorpano ad una parola che si fa prima racconto, poi canto e litania, ciascuna ad evocare nell’immaginativo un lato prospettico differente dell’aspro paesaggio di montagna. Dinanzi vecchi terrazzamenti abbandonati al tempo s’erige la natura impervia, riscoprendosi in tutta la sua più antica magnificenza, ormai privata dei suoi abitanti mossi dalla nuova urbanizzazione nelle città. Diviene necessario, naturale, allora tendere ad un nuovo riaccostamento verso questa, attraverso il recupero di un lavoro della terra che non vuole plasmarla e renderla agonizzante con lo scempio dello sfruttamento, ma che preferisce accordarsi con essa, reperire un reciproco rapporto di cura. C’è una sorta di atavico primitivismo che dallo spirito s’esplicita attraverso il lavoro e quel concetto di fatica caro alle generazioni del dopo guerra, cui appartengono i cosiddetti padri di Ferretti. Riscoperta delle origini sta a significare non solo un recupero della propria spiritualità, ma anche di quei vecchi principi semplici ed imponenti al contempo che attraverso un atteggiamento di umiltà sono in grado di preservare un alto grado d’umanità. Dunque spiritualità e lavoro innanzitutto, l’unico elemento che rende possibile l’auto-certificazione di sé, come unico mezzo capace di restituire onore e dignità all’azione, al pensiero, al dispiegarsi della vita. Solo dalle ceneri dell’idolo è potuto rinascere l’uomo, che in realtà era sempre rimasto lì nei suoi molteplici mutamenti, nascosto agl’occhi rabbuiati dei fans, compromessi dalla mercificazione consumistica di un capitalismo, che tende alla stremante accentuazione della merce figura-mito, che rende la persona reale ed il pensiero carne in attesa di putrefare. Perché nonostante ci si voglia accanire contro questa visione, alla fine non si può evitare di restarci intrappolati e allora bisogna correre ai ripari e riscattare sé stessi.

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