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vergassola

di Manuel Caprari

Sono passati vent’anni dalla prima volta che ho sentito Dario Vergassola cantare “Non me la danno mai”, avevo diciasett’anni e il terrore di fare giustappunto quella fine lì; poi devo dire che l’ho un po’ perso di vista, persino del suo passaggio a Mai dire Gol sinceramente non ricordo nulla, forse erano gli anni in cui m’ero disamorato della trasmissione della Giallappa’s band, disamore che poi è passato ma in effetti m’è durato qualche annetto, non so bene neanche per quale motivo. Finché non l’ho rivisto in Parla con Me, che esordì ormai quasi dieci anni fa, e lì è stato il colpo di fulmine. Ho sempre fatto un po’ fatica persino ad associare il comico che s’era cucito addosso la maschera dell’uomo destinato ad essere l’amico-confidente che va sempre in bianco con lo pseudo-intervistatore che lanciava frecciate a volte semplicemente perfide al malcapitato di turno, con l’understatement e lo sguardo sornione di chi è perfettamente consapevole di potersi permettere tutto, o quasi, perché tutto, o quasi, gli verrà perdonato. Come convivono questi due aspetti in Vergassola? La risposta in realtà è semplicissima, e vedendolo dal vivo mi sono reso conto che non potrebbe esistere l’uno senza l’altro, che ci si può permettere di essere così taglienti con gli altri solo se lo si è altrettanto con se stessi; ma anche che ci si può permettere di essere autoironici fin quasi al masochismo solo se si tratta gli altri con la stessa schiettezza.
Di questo, come dicevo, ho avuto la prova empirica assistendo al monologo che Vergassola sta portando attualmente in tournée e che venerdi 15 marzo ha fatto tappa al teatro Verdi di Pollenza, una delle tantissime incantevoli piccole sale che nella nostra regione si trovano praticamente in ogni paese, paesino e frazioncina. Una sala in cui ti trovi subito a tuo agio, quasi a casa; e mi pare l’atmosfera più adatta per uno spettacolo che vede un solo uomo, in piedi davanti a un microfono, su un palco spoglio, a sparare battute a raffica per un’ora e mezza; stand-up comedian, dicono gli americani, e lo stile è quello, ma rimodellato sulla figura del perdigiorno di provincia che si è trovato ribaltato nel mondo dello spettacolo e ci sta dentro mantenendo lo stesso sguardo disincantato e ridanciano che aveva quando la tivù la guardava al bar con gli amici.
Molte delle battute sono di repertorio, ma questo sia detto come un dato di fatto più che come una critica; lo spettacolo si presenta per quello che è: non solo un riepilogo di vent’anni di carriera, ma anche e soprattutto il romanzo di formazione di un battutista per vocazione prima ancora che per mestiere. Come nascono le battute, si chiede e ci chiede Dario; le battute sono nell’aria, si risponde e ci risponde; qualcuno l’afferra per primo e la dice; le battute nascono in famiglia, dagli strafalcioni della madre che ogni volta che sentiva una parola difficile in televisione provava a riusarla, e ogni volta a sproposito; le battute nascono nelle notti passate a chiacchierare e cazzeggiare in un paese di provincia dove non c’è nulla da fare; nascono dalla lettura dei quotidiani, dove basta aggiungere una piccola notazione per far deflagrare la sintesi estrema della cronaca in paradosso; nascono dalle reazioni di chi le battute non le capisce, creando un trascinante e irresistibile meccanismo a catena; nascono anche raccontando come nascono, in una sorta di processo di superfetazione metalinguistica.
Poi bisognerebbe anche chiedersi come nasce il talento comico; perché se è vero che la battuta è nell’aria, e ci vuole uno che la coglie per primo, allora evidentemente Vergassola batte molti in velocità; ma poi sappiamo benissimo che avere una buona battuta è solo una parte del lavoro; la vera differenza la fa il modo di porgerla: ecco, Vergassola se ne sta lì, vagamente curvo, modi dimessi e sguardo furbo, con la sua voce vagamente nasale a parlare a mitraglietta, mangiandosi le parole, ogni tanto trasformando le frasi in un borbottio quasi inintelligibile, eppure il momento in cui la battuta arriva al clou e deve scattare la risata arriva sempre forte e chiaro. C’è del metodo, in tutto ciò.

(immagine tratta da http://www.iodiomagazine.it)