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di Arianna Guzzini

Rosso. Lo studio di Mark Rothko si espande per tutta l’ampiezza del palco del Lauro Rossi, eppure si ha la percezione di uno spazio di raccoglimento, al limite della claustrofobia, dove la luce naturale ha il divieto categorico di potervi accadere. Soltanto una porta concede la possibilità ai personaggi di uscirvi per tornare al mondo esterno, ma questo è un varco che s’intuisce, non si vede: gli attori entrano ed escono da dietro il gigantesco quadro sul fondale, per recarsi in una sorta di non luogo, come se l’opera stessa fosse lo spazio ideale verso cui dirigersi. Nando Frigerio costruisce così una scenografia perfetta, un impianto che oscilla fra il reale studio di Rothko e l’ideale percezione dell’artista di uno spazio dove chiunque vi entrasse, potesse restare come intrappolato, murato vivo dal colore dei suoi dipinti, invasori delle mura. Nella stretta di questo sfondo Francesco Frongia si mette alla regia di Rosso, scritto dallo sceneggiatore John Logan, riuscendo ad ottenere un’evocativa armonia e sincronia fra una forte gestualità che si rifà direttamente alle azioni tipiche dell’arte pittorica dalla preparazione della tela e del colore, all’energia della grande pennellata o semplicemente all’incanto persuasivo della contemplazione, e i discorsi teorici sull’arte di questo grande maestro. È questo di Logan, un testo che affronta ciascun personaggio attraverso un’accurata ricerca, che utilizza testi, lettere, interviste per andare a scovare non solo l’artista, ma anche e soprattutto l’uomo e che giunge ad imporre una totale aderenza fra personaggio ed attore, un lavoro su cui si sono cimentati i due interpreti Ferdinando Bruni ( Rothko) e Alejandro Bruni Ocaña ( il giovane assistente Ken) con successo. Per parlare di un artista del calibro di Rothko non si poteva fare a meno di esporre la sua concezione artistica ed il forte rischio di scaturire nella lezione sarebbe potuto sembrare non aggirabile. Rosso è invece intriso di drammaticità, il flusso dell’esposizione dei concetti è continuamente interrotto dai dubbi e i tentennamenti di un filosofo dell’arte, un asceta del colore in contrasto con la propria epoca e consapevole che le nuove generazioni di artisti lo stanno già scavalcando. Nonostante sia fortemente contrariato dalla mercificazione dell’opera d’arte, accetta la commissione per la sala ristorante del Seagram Building, a cui in seguito comunque finirà per rinunciare. Di fronte uno spazio così specifico ed il suo nuovo ruolo di uomo pubblico, Rothko inizia a distanziarsi dal suo vecchio stile attraverso fasi di riduzione sempre più estreme, che terminano col negare all’immagine ogni sorta di connotazione interna. Proprio in questa fase Rothko ci viene presentato. Presa ormai coscienza della perdita di ogni simbolo e di ogni mito nella propria epoca, l’artista riesce a raggiungere le ossa del pensiero, dell’idea, le concretizza per mezzo del suo colore. Il quadro si tramuta in una sorta di viva entità che agisce direttamente sull’osservatore, qualora egli sia pronto a farsi portare al di là di ogni semplice e banale senso estetico, di farsi violentemente trascinare in un vero e proprio viaggio di meditazione, in un cammino ascetico teso a far recuperare a chi guarda il giusto senso dell’aggettivazione di umano e raggiungere il più alto grado di concretezza. Ed ecco allora che nell’artista comincia ad insinuarsi serpeggiando il timore di farsi trovare inadeguato dinanzi il suo compito di artista. Il dialogo fra il maestro ed il suo assistente, divenuto come un figlio acquisito, si fanno sempre più serrati, Ken riesce difficilmente a contenere le intemperie del carattere di Rothko, dilaniato fra la sua volontà di attenersi all’onestà pratica dell’artista e il dover scendere a compromessi con il mercato dell’arte. Ciò che di più lo ossessiona è però il colore rosso verso cui egli tende ogni sua energia e vitalità, un colore che non può avere mai toni esattamente definiti, ma che sente scivolare inesorabilmente entro le tremende fauci del nero. Rosso e nero si ritrovano a lottare aspramente fra loro nelle tele di Rothko, senza mai riuscire a trovare un equilibrato assetto. La battaglia incalza incessante, senza mai concedere una battuta d’arresto: apollineo e dionisiaco, vita e morte, luce ed oscurità, teoria ed impeto istintuale, raziocinio e primitivismo; il nero sembra sempre incombere sul rosso, prevalere fino ad inghiottire ogni forma di vitalità. Ed è proprio questo che Rothko teme fino all’inverosimile: “che un giorno il nero inghiotta il rosso”.

foto di Luca Piva