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san ginesio

di Eleonora Tamburrini

Quando sullo schermo che fa da sfondo al palco appare in videochiamata Margherita Hack, il Teatro Leopardi di San Ginesio, pieno fino all’inverosimile, prorompe in un lungo applauso. Potrebbe non dire nulla e lasciar parlare la sua storia come un simbolo; invece l’astrofisica novantunenne, occhi dritti nel video e una tempra resistente, si espone ancora una volta sui temi che la vedono da sempre impegnata, le storture di una classe politica da riformare, l’immigrazione criminalizzata e mal gestita, lo svilimento del lavoro, della ricerca, della cultura, fino alle più stringenti contingenze dello stallo governativo in cui ci troviamo. Parla Margherita con ironia e passione di “un popolo intelligente, molto mal governato e anarchico abbastanza”: e c’è la stessa vivacità di spirito e lo stesso gusto della narrazione di qualche tempo fa, quando accompagnava Ginevra Di Marco e la sua band in un tour italiano dal titolo “L’anima della terra (vista dalle stelle)”. Dallo spettacolo è stato tratto un docu-film di cui il pubblico a teatro lo scorso sabato sera ha potuto avere un assaggio: una sinergia intensa e delicata tra le parole della scienziata che racconta attraverso la sua storia la costruzione di una coscienza politica (nel senso più puro e più dimenticato) e la musica di Ginevra Di Marco che riscopre e rigenera un vasto repertorio della terra e della memoria.
Salutata Margherita, segue l’intervento della giovane talentuosa cantautrice fanese Frida Neri: è un altro momento intenso in questo evento che, il pubblico l’ha ormai capito, è ricco, composito, un intreccio da palcoscenico portato avanti con la calma e la scioltezza di un gruppo ormai affiatato. Il taglio cantautoriale, le atmosfere raccolte e l’eco del fado del repertorio di Frida ci introducono degnamente al concerto dei protagonisti della serata e al loro ultimo disco, “Stelle”: entrano Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Andrea Salvadori, applausi scroscianti, si parte.
È uno di quei viaggi cui ci si avvia sempre impreparati: ma si andrà lontano e per tantissime vie schiuse via via al nostro passaggio. Ginevra comincia seduta – la testa appena reclinata, gli occhi scintillanti e vagabondi sul pubblico – e lo fa dai brani più intimi, spaziando dai classici della tradizione come “Amara terra mia” di Modugno e “L’ombra della luce” di Battiato, fino a quelli del passato suo e di Magnelli nei CSI poi PGR: penso a “Brace” e “Montesole”, che in un attimo fanno galleggiare il teatro in una specie di tensione religiosa (il miglior Ferretti è nell’aria). Presto ci si slancia in tutte le direzioni di una geografia potenzialmente sconfinata: c’è l’est di “Ederlezi”, tradizionale brano rom rivisitato in una chiave di dolce, indulgente sacralità a celebrare l’arrivo della primavera; c’è il Mediterraneo di “Nuena nuena” (di Enzo Avitabile) già apparso nella bella prova “Canti, richiami d’amore” del 2010; e ancora il sud latino di Violeta Parra e Mercedes Sosa rilette e rivissute in “Gracias a la vida” e nella versione italiana dell’ormai celebre “Todo cambia”. Ogni esibizione racconta una porzione di orizzonte e tutte insieme nel loro susseguirsi ricompongono una corsa ininterrotta per un mondo che ci sembra di vedere per lampi e scaglie da un finestrino, fino a sentirlo in bocca, cantato nelle sue tante lingue insieme a Ginevra. Sempre chiari e costanti restano i temi cari a questi musicisti fiorentini: il lavoro, l’emarginazione, il ruolo delle donne, il richiamo degli ultimi, le storie di resistenza, il potere autentico e consolatorio della natura, l’essenza dei riti. E questo senso ricercano nella canzone della tradizione, quella autoriale e quella popolare da riscoprire, al di là dei confini e delle nazionalità; e da qui ripartono con arrangiamenti sapientemente calibrati, ora educati al minimalismo ora più liberi, sciolti nello tzouras struggente di Salvadori (travolgente anche alla chitarra) e nelle tastiere di Magnelli. Peccato per la batteria mancante, va detto, ma onore a una voce miracolosa come quella di Ginevra, strumento duttilissimo capace di limpidezza cristallina e abissi di sensualità, modulata in effetti imprevisti e sempre al riparo dalla trappola fatale del virtuosismo. Alle prese con questo genere di brani, risaltano anche le grandi capacità interpretative di Ginevra: un approccio sempre morbido, accogliente, da grande madre, che si alterna a un piglio ironico, sferzante, travolgente, specie nella seconda parte del concerto. Quando si alza, e dispiega un repertorio più movimentato, come quello toscano che si esprime al meglio nell’irriverente “Lamento della sposa” e ne “La leggera”, canto degli emigranti stagionali agli albori della lotta proletaria, un bagaglio “leggero” con cui accalcarsi in treno e il sogno di una settimana d’ozio (pagata) e di un “padrone” destinato a soccombere, assieme a un lavoro che ancora (ancora?) abbrutisce più che nobilitare. Più indietro nel tempo, fino alla repubblica napoletana del 1799, si risale con “Il Canto dei Sanfedisti”, per ritornare poi con “Les tziganes” di Léo Ferré a un discorso contemporaneo sempre votato a aspirazioni di libertà. Non mancano, in un mirabolante flusso di andate e ritorni, nuove incursioni nel repertorio dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti. Una per tutte, “Amandoti”: la declamazione avvolgente che ne fa Ginevra ne distende certi spigoli essenziali però quando il pubblico si scioglie e nel finale intona in coro “perdutamente” si sente davvero tutto il calore di questo piccolo prezioso teatro, evidentemente pieno di persone con un gusto della bellezza ancora intatto.
Il concerto si chiude tra bis e acclamazioni: rientra in scena Frida Neri e si esibisce con Ginevra in uno splendido duetto su “Canção do mar”, poi di nuovo la formazione al gran completo esplode nel canto sfrenato e a questo punto corale di “Malarazza”.
Si chiude così un evento-concerto di quelli che mandano a casa gli spettatori concentrati: non c’è, non ci può essere in un repertorio come questo, seppur spesso divertente e divertito, alcuna possibilità di disimpegno. Ognuno se ne va coi suoi spunti di riflessione, tante cose ancora da dire e la sensazione di aver veramente condiviso qualcosa. E anche con un sentimento di fiducia: inconsulto forse in questi giorni, e però bello, ritrovarsi all’uscita ancora a cantare all’ombra notturna della Collegiata. Sarà l’effetto delle Stelle.

Una foto dello spettacolo del 9 marzo, di David StudioImmagine. (dalla galleria del Teatro Leopardi di San Ginesio)

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