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piazzetta san marco

di Nicoletta Corneli

Nell’approcciare a questo lavoro shakespeariano, la naturale propensione verso “il buono”, l’innamorato Bassanio, rende lo spettatore facile preda di una lettura un po’ superficiale della commedia ”Il mercante di Venezia”. La storia si conosce, come si conoscono i personaggi che ne fanno parte, grazie non solo alla cultura scolastica, ma anche al film di Michael Radford realizzato nel 2004, con un cast stellare. Tuttavia qui non si tratta di raccontare, quanto di fermarsi a pensare e capire come, questo giovane regista, Antonio Mingarelli, diplomatosi nel 2008 presso la Scuola di Teatro del Piccolo di Milano, abbia colto un profilo così drammatico e umano nella commedia in questione, nonostante la versione ridotta rappresentata al Cineteatro Italia e curata da Piergiorgio Pietroni, assistente alla regia.
“Il mercante di Venezia” risulta effettivamente uno dei lavori più atipici e discussi delle opere di Shakespeare, e l’atmosfera di solitudine e di angosciante mancanza di comunicazione diventa il tema centrale nella rappresentazione a cui ho assistito.
Tutti i personaggi sono maschere che nascondono la loro identità, eppure sono caratterizzati da forti sentimenti che riescono a trascendere, diventando a volte figure iconiche. Come non evidenziare la scelta di stile nelle pose statuarie, chiaro richiamo alle figure flessuose e minute dell’Art Nouveau, della sensuale e discinta Porzia, abbandonata scompostamente in un’audace poltroncina da boudoir, in un lungo abito nero sottoveste, o della casta e quasi immateriale Nerissa, vestita di nivea grazia, e sempre in piedi, rigida, quasi a controbilanciare anche architettonicamente la sua padrona.
Troviamo inoltre un Lancillotto ipercinetico e clownesco, che si dibatte quasi straziando e flagellando la propria coscienza tra la scelta di rimanere fedele al vecchio padrone Shylock, tirchio e acido, o di cambiare parrocchia, nel vero senso del termine, andando a servire il “Cristiano”. Anche in questo personaggio, il regista Mingarelli, ha dato la sua pennellata originale facendo interpretare Lancillotto alla brava Giulia Ausili, forse un omaggio a Gabriella Ferri, e facendole indossare un basco nero tipico delle atmosfere esistenzialiste francesi, e un gilet stile punk, che potrebbe portarci con la mente alla Londra più trasgressiva. Tutto ciò rende ambigua questa figura quel tanto che basta per trascendere il sesso e trasformarla in un simbolo di spontaneità e fanciullezza perduta in relazione a Shylock.
E poi lui, l’Ebreo mercante, interpretato dal convincente Piergiorgio Pietroni che entra in scena in modo tragico e provocatorio, abbandonato su di un divano vermiglio, illuminato solo da una fredda luce che ripropone le schermate di numeri dei titoli delle quotazioni in borsa. Un infermiere lo assiste, iniettandogli una dose di eroina, la droga dell’evasione, e questo preambolo, idea geniale di Mingarelli, rende l’Ebreo, molto umano e molto drammatico. Imprigionato nel suo personaggio cattivo e avido, si salva mostrando la debolezza e la sua ricerca di estraniazione da quel ruolo.
E allora anche il buon Bassanio, un irruento Roberto Sagripanti, che riceve “il dono” del personaggio amabile, risulta meno simpatico poiché alla fine mette Antonio, eticamente inattaccabile, nella posizione di essere vittima. Claudio Sagretti presta il corpo e la voce al buon Cristiano, e rende il gesto di Antonio, lo scendere a patti con Shylock, più l’azione di un buon padre di famiglia, che quella di un innamorato malinconico e disperato, nei confronti del suo Bassanio.
Questo quadro tralascia forse volutamente l’aspetto dell’amore neanche tanto celato e segreto tra Antonio e Bassanio, che nella versione cinematografica, ad esempio, risulta essere quasi enfatizzato, ma a parte questa piccola personale delusione, per il resto, dai giochi di luci e musiche che si sposano bene con le sensazioni vissute dai personaggi, alla scenografia molto essenziale e geometrica, che suggerisce una modernità di fondo, la riduzione del testo proposta e diretta rende molto piacevole e fruibile il tipo di spettacolo messo in scena.
I due mondi, la Venezia fredda, calcolatrice e pragmatica sino al punto di essere trasposta allegoricamente nella versione di Mingarelli, nel mondo attuale dell’Alta Finanza, e la poetica e onirica Belmonte, luogo che, in questa interpretazione, ha un sapore meno ingenuo e più decadente, grazie anche all’uso sapiente dei brani musicali degli anni ’30, fanno da sfondo ad una carrellata di attori che in questo progetto hanno reso molto, nonostante il virus temibile dell’influenza che aveva colpito metà cast e l’ancor più temibile confronto con personaggi così complessi e controversi.
La scena finale colpisce, le belle Porzia, e Nerissa, interpretate audacemente da Francesca Zenobi e Laura Pierini, gemelle stavolta e non più contrapposte, nel presentarsi davanti al doge in abiti maschili e borsalino in testa, convincono vincendo il processo. Un tocco di concreto dinamismo risolutivo ad una querelle che vedeva tutti gli uomini in un impasse paralizzante, che suggerisce al regista di chiudere la scena e lo spettacolo con un sensuale gioco degli specchi, Porzia e Nerissa, l’una di fronte all’altra, vittoriose e fiere amazzoni che iniziano a spogliarsi della maschera che hanno indossato, ancora una volta. (foto: Piazzetta San Marco ca. 1895, tratta da wikimedia.org).