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schiele

di Arianna Guzzini

Il progetto Exaudita Corpora, già in atto da dicembre presso l’Auditorium Santa Barnaba in Macerata, si è ora spostato all’interno dei suggestivi Antichi Forni di Macerata per l’arco dei giorni che vanno dal 4 marzo all’11 marzo, per poi ritornare nella vecchia sede per la continuazione degli incontri nei mesi successivi, fino a giugno 2013. Il tema del corpo è il filo conduttore che muove un’accurata ricerca attraverso il connubio delle più diverse esperienze artistiche e di un attento e sempre attivo incontro con il pubblico. Alle proposte dello STA ( Teatro Sperimentale A) si aggiungono anche quelle de La Macina di Gastone Pietrucci, etnomusicologo e cantore-aedo; di Specchi Sonori di Marianna De Leoni e Claudio Rovagna; di Mi-Tramature Corporee, recentemente confluito nello STA per la sezione di danza contemporanea e con la partecipazione dell’ Università di Macerata, in particolare del professore Carlo Pongetti.                                                                             Nella particolare sede degli Antichi Forni mercoledì 6 marzo, con l’incontro-spettacolo Corpo Violato, si è aperto un itinerario, all’interno della rassegna, dedicato alla giornata internazionale della Donna.                                                                                                                                                                 Un corpo violato quello della donna, violato non solo non solo fisicamente. La vessazione del corpo femminile ha radici profonde che detraggono linfa da un apparato culturale che da un lato lo propone come oggetto, lo tramuta in bambola, concentra l’attenzione sugli organi che ne vanno a stimolare una visione erotica vacua e spesso morbosa, ma dall’altro costruisce veri i propri modelli, che vorrebbero suggerire forme perfette, adatte ai gusti del tempo in cui si vive. Questi modelli comportano uno scempio del corpo che la donna stessa effettua su di sé per il semplice desiderio di volervisi adattare, di voler aderire ad un modello prestampato di bellezza, il quale si pone al di là di ogni reale senso d’estetica. Attraverso l’ excursus iconografico intitolato Il Calco Vuoto, Marianna De Leoni mostra quanto sia mutata la percezione del corpo femminile nel corso del Novecento fino ad oggi. Le contorsioni dei corpi di Schiele, ambiscono ad una visione particolare e strettamente soggettiva dell’eros, corpi femminili come mezzo d’indagine, come uno streben romantico che perde ogni suo ricongiungimento con la vita, in una tensione che mai si soddisfa. In quelle contorsioni di donna c’erano evidentemente espliciti riferimenti al sesso e a ciascuno dei suoi atti, ma esso si rivelava qui come un mezzo privilegiato per andare a scrutare quelli che sono gli attorcigliamenti della mente umana. Non a caso nel periodo in cui vive questo artista si elevava con forza la parola crisi, una crisi nata dai paradossi della visione forzatamente positiva espressa dalla precedente Rivoluzione Industriale, una crisi anche dell’uomo del Novecento sancita definitivamente dal nichilismo e dalla psicoanalisi. Attraverso un brusco salto temporale s’arriva allo scempio di questi corpi effettuato dai mass media e dalle pubblicità. A mediare il passaggio c’è l’immagine del calco, un corpo di gesso fermo fra macchinari adibiti in realtà alla sua riproduzione su marmo, ma che visti così, estrapolati dal loro contesto originario, sembrano  immobilizzarlo in attesa di torture prossime. Ed eccoli i supplizi. I modaioli busti vuoti degli anni ’20, che comprimevano il ventre fino a modificarlo, a spezzare costole, deviare il naturale flusso della respirazione, fino ad ottenere una stretta vita 40 cm. La pubblicità della trattoria Il Piacere della Carne con la tipica donna piacente, la quale però ha la faccia di una vacca con la lingua penzoloni, oppure ecco una nuova meraviglia della tecnologia touch screen, con su lo schermo due belle natiche sode e lo slogan now you can touch it . Da questa visione di un corpo femminile snaturato prende avvio l’interpretazione di Maria Novella Gobbi sul personaggio di Cassandra, donna emblema della solitudine, con un testo estrapolato dall’autrice Christa Wolf. In una Troia in cui si combatte per Elena, per una Bellezza che non esiste, per una figura- presenza inventata dall’immaginario di astruse fantasie maschili, Cassandra vede ogni giorno lo scambio e la mercificazione delle donne costrette ad assistere  all’impietoso massacro della guerra. Sono queste barattate con corpi di morti: carne viva, carne fresca per i piaceri in cambio di un ricordo. Cassandra vede ciascuno di questi orrori, la guerra, la mercificazione, le morti, lo scempio sui caduti nemici.  Lei che aveva visto veggente ogni cosa e mai veniva creduta. Lei che guardava atterrita e sconcerta questi nuovi scempi, pochi istanti dopo averli già conosciuti, tutte le volte che il suo corpo veniva ripetutamente violato dall’invasione di Apollo, che se non era riuscito ad averla fisicamente, ora poteva prenderla quando voleva. Molti sono stati gli interventi fuori programma che si sono susseguiti immediatamente dopo questa Cassandra intrisa di forte pathos, molte le riflessioni che si sono volute aggiungere in linea con una concezione di arte e di cultura aperta ad ogni sorta di spunto. Uno fra tutti quello di Genny Ceresani, un’altra lettura interpretativa, che ha raccontato la storia di una bambina destinata ad un crudele fato. Dalia, unica femmina di sette figli, viene da una famiglia che da lungo tempo avvia le sue donne alla prostituzione. Viene venduta a soli dodici anni ed allontanata dal suo paese natio. L’unica soluzione che riesce a trovare dopo dieci anni di sfruttamento è quella di auto infliggersi dolori atroci, di rendersi orrenda, piena di brutali cicatrici, una brutalità autoindotta per supplire a quelle esterne, per ritornare ad appartenersi se pur privata della sua bellezza.

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