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Silvia Gallerano_La Merda_Jan13_Photo by Valeria Tomasulo (22)

di Arianna Guzzini

La scorsa domenica il Teatro Rebis ha ospitato, per la rassegna No Man’s Island di Nessunteatro, Note’s for a solo, La Merda. Un incontro con lo scrittore Cristian Ceresoli e la performer Silvia Gallerano, la quale era presente in video conferenza,  teso a discutere l’origine e le tematiche del monologo La Merda. Un’opera pluripriemata per l’eccellenza del testo e della recitazione ( Fringe First Award 2012 for Writing Excellence, The Stage Award for Acting Excellence 2012 come Best Solo Performer, tanto per fare alcuni esempi), una tragedia, che spesso prende le vie di tragicommedia per la sua attualità e per la vena tagliente e dissacrante con cui sono affrontate tematiche scomode, difficili

. Ci viene presentata prima di tutto come una scrittura del disgusto, un testo che si divide in tre tempi ed un controtempo: Le Cosce, Il Cazzo, La Fama, L’Italia.                                 La prima opera di un Decalogo del disgusto viene dedicata ai 150 anni d’Italia e non a caso molteplici sono i riferimenti nel testo all’uso e all’abuso di parole e concetti propri di quei personaggi e quegli intellettuali che hanno dato forte spinta alla creazione di questo nostro bel paese. Proprio queste parole vengono spesso depredate del loro senso originario, della profondità da cui attingono esistenza, divengono vessilli mediatici, simboli che non simboleggiano più nulla se non che un vacuo cordoglio ed orgoglio intriso d’ipocrisia. È come se il consumismo avesse intaccato anche i nostri padri, come se avesse consumato queste loro parole fino al deterioramento delle loro ossa. La protagonista de La Merda ha in bocca ciascuna di queste, così, private di ogni senso reale, ma Ceresoli ci tiene, ben giustamente, a precisare che il dramma che questa donna presenta non è circoscrivibile soltanto alla nostra Italia, ma che la sua è la storia di una donna ingabbiata entro luoghi comuni appartenenti all’intera cultura occidentale. Non a caso, puntualizza, all’estero non si è mai fatto riferimento, in merito all’opera, alla situazione italiana. Lei è sola, nuda, seduta su di un piedistallo da circo, quello su cui siedono in posa espositiva le bestie, e vomita tutto questo suo monologo di flusso di coscienza, pronta a farsi divorare dal suo pubblico, dall’umanità intera. Lei, una femmina da macello. Se ne sta lì col suo microfono a raccontarsi, a spiegare come per farcela, per raggiungere la fama tanto ambita, per apparire anche solo per qualche istante in tv, per essere ammirata da tutti, bisogna anche essere pronti a tutto. Dimagrire, ingrassare, quando è necessario, sopportare di auto svilirsi in favori sessuali, abituarsi allo schifo, resistere “perché è grazie alla resistenza che c’è il nostro paese”. È questo il mito del volere è potere. Con la forza di volontà si ottiene tutto, basta abituarsi, appunto. E allora mangia, mangia, continua ad ingurgitare qualsiasi cosa e se per caso tutto questo lerciume le fa venire il vomito, lei lo trattiene ed inghiotte anche quello. Ogni problema potrebbe essere ingoiato e tracannato per sparire, questa è la soluzione finale, il refrain conclusivo di ogni tempo che scandisce il monologo. Vorrebbe mangiarsi le sue grosse cosce da sirenotta, poi tutti quei falli maschili che è e sarà costretta a toccare per raggiungere la sua fama. Quando le viene detto che deve ingrassare per sperare di superare un provino per uno spot sulla violenza delle donne, comincia a mangiare tutto il cibo che può entrarle in corpo. Scoppia. Le sue  viscere non trattengono e allora mangia, divora tutto quello che ha defecato. Riprovevole, sì, terrificante. Eppure quando la Gallerano parte via video con gli spezzoni del monologo si ride ad ascoltarla, fra le esuberanze di una voce che sembra essersi fatta carne anch’essa. È un riso amaro quello del pubblico, che ha in sé le stesse origini di questa scrittura del disgusto. Nasce da una sconsolata consapevolezza dell’evidenza dell’abitudine di ognuno di noi acquisita dinanzi ad esso. Non è tanto un’assuefazione al disgusto, ma un’ulteriore presa di coscienza di quanto i meccanismi che lo provocano, siano ormai radicati nella nostra cultura, di come, nonostante questi ci fanno ribrezzo, continuino a persistere in una condizione che ci viene quasi imposta. La protagonista afferma più volte di voler esser la donna che è, la donna che vogliono loro, i carnefici, e per questo si rende carnefice di se stesa. È un disgusto che nasce dalla figura di femmina, da quella dell’uomo corrotto che se ne serve per dimostrare la sua potenza e virilità per mezzo del suo sesso, dalla semplificazione del pensiero, da tutti quegli elementi che propongono una visione semplicistica ed irreale, in virtù di un’estetica di consumo che nulla ha a che fare con la realtà, con la nostra condizione di donne e di uomini. Anzi, è solo uno svilimento umano. È un disgusto che però tutt’oggi perpetua e continua a perpetrare con tutta la presunzione di pretendere di rivolgersi ad un pubblico incosciente ed accondiscendente, sempre sottovalutato e pensato dai mass media come un essere privo d’intelligenza e capacità critica.

foto di Valeria Tomasulo