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di Alessandro Seri

Dicono che marzo sia il mese dedicato alla poesia, ne prendo atto anche se a mio parere i due candidati migliori nell’arco dell’anno sarebbero stati maggio e settembre; comunque non so chi, ma qualcuno da qualche parte, un giorno s’è alzato e ha deciso che il 21 marzo sarebbe stato consacrato alla poesia nella sua accezione di creatività scritta. Quindi mi sembra giusto offrire in dono al mese entrante un editoriale capace di raccontare quel po’ di poesia che mi è dato conoscere, in particolare quella che, con somma disapprovazione di tanti critici importanti, rivela la regione Marche come al centro di una, forse involontaria, corrente poetica.

Anche tanti amici poeti marchigiani non hanno la stessa mia convinzione probabilmente proprio in quanto marchigiani e quindi plurali geneticamente nel bene e nel male. Ho passato lunghe serate e assistito da mezzo spettatore ad alcune sferzanti discussioni in merito. Forse nel non voler riconoscere questa onda, rete o come la si voglia chiamare c’è la doppia sensazione e anche convinzione che chi scrive si sente (almeno nell’atto della scrittura e poco dopo) di poter bastare a se stesso finchè non si accorge poi di star scendendo in un pozzo nero poco originale, spesso molto spesso, privo persino di una qualche ironia.

Le Marche sono una regione strana e bellissima, perfetta nelle sue forme e altrettanto perfetta nel custodire nascoste, con gelosia estrema, le proprie peculiarità positive. La poesia è una di queste eccellenze (qui la parola eccellenza non è modaiola e buttata sullo schermo ma pensata). La vena poetica marchigiana a mio modesto modo di vedere ha molto a che fare con la conformazione geografica e benedetta della terra di cui stiamo parlando. Credo che il luogo dove uno si sveglia, in senso metaforico e non, ricopra una larga fetta dell’immaginario intimo. Il risveglio coincide con il primo sguardo, il primo sguardo coincide con la prima tensione verso qualcosa e così via fino ad arrivare a quella che i libri chiamano ispirazione ed io, insieme ad alcuni, pentecoste.

Pensando da sempre a questa teoria mi viene in mente nella più banale delle citazioni quella de “Le ricordanze” di Leopardi che guida come un binario il resto della letteratura a lui successiva . Però i monti azzurri continuiamo a vederli noi costretti da sempre a confrontarci con quel tramonto che spariglia le carte della sensibilità. Penso sia da questa cellula di ovest che tutto nasce. La poesia forse è un gene o forse ancor di più un imprinting che fissa l’immagine di se stessa in qualche massa cerebrale adatta ad essere plasmata. Mi piace immaginare, e datemene la facoltà con un sorso di tolleranza, che anche i tanti poeti marchigiani del secondo novecento hanno trovato riparo dalla vita grazie a questa idea di slancio, a questa rampa, e siano stati condizionati nel loro percorso dalle colline, dalla spiagge, dalle insenature, dai picchi e dalle rupi.

Immagino che Tonino Guerra e Paolo Volponi si saranno pur confrontati con le colline di Pennabilli o le salite e discese di Urbino; immagino che Franco Scataglini abbia gettato lo sguardo verso l’est dell’Adriatico dalla sua Ancona e questi sono quelli che non ho conosciuto (tranne qualche parola scambiata con Volponi ad una proiezione di Mamma Roma al cinema Tiffany di Macerata) perché di una generazione precedente a quella dei miei maestri. Tra quelli con i quali avrei potuto e voluto parlare delle Marche e della poesia armoniosa associata ad esse mi rammarico di non averlo fatto con Remo Pagnanelli, maceratese come me, scomparso troppo giovane, quando il sottoscritto non era ancora stato intaccato dagli scalpelli dei versi. Anche con Leonardo Mancino purtroppo non ho fatto altro che scambiare qualche sguardo e una o due lettere. Me lo ricordo Mancino qualche anno addietro mentre entrava, con un sorriso inquieto ma soddisfatto, all’interno del cortile municipale, durante un reading; arrivò sorretto dalle stampelle ma con l’aria virile che solo certi poeti e pochi pugili hanno. Un altro che avrei voluto tanto conoscere meglio è l’elpidiense Antonio Santori. Di lui mi restano ricordi flebili di un suo intervento, nei primi anni del duemila, ad un convegno a Civitanova Marche e poco prima che anche lui ci abbandonasse mi ricordo un suo dialogo divertente con Vinicio Capossela al teatro Dell’Aquila di Fermo. L’ultimo dei grandi poeti marchigiani col quale avrei voluto passare più tempo ma di cui, per fortuna, conservo i ricordi indelebili di alcune cene e di alcuni incontri organizzati e promossi da Reinhard Sauer, è Luigi Di Ruscio. Un uomo capace di fuggire via dall’Italia per andare a fare l’operaio in Norvegia ma altrettanto capace di mantenere costante il rapporto con la poesia e con la poesia dei suoi luoghi. Di Ruscio sembrava ruvido all’apparenza ma poi se entravi in sintonia con la sua modalità di porsi e interloquire capivi che era un uomo di una bontà profonda e di un’ironia sferzante e caustica ma sempre rivolta verso quella che lui chiamava la classe padronale. Una sera all’Osteria dei Pigliapochi quasi mi strappò dalle mani “Rampe per alianti”, il mio secondo libro, che gli avevo portato sperando che volesse leggerlo. Dopo qualche pagina mi guardò con aria severa e mi disse – Sì, puoi continuare a scrivere – . Quella volta tirai un sospiro di sollievo e compresi che la poesia non è soltanto un passatempo, la poesia non è a latere, la poesia per i poeti è centrale e prioritaria, è la vita e la morte, è il primo luogo che osservi e l’ultimo di cui senti l’odore, e per questi di cui sopra è stata parallela al recinto stretto ma sicuro delle Marche.

P.S. Per qualsiasi ulteriore spunto di riflessione invito a leggere la monumentale antologia La poesia delle Marche curata da Guido Garufi edita da Il Lavoro Editoriale nel 1998 ma anche Porta marina – viaggio a due nelle marche dei poeti, curato da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri edito da Pequod nel 2008 e ancora Cartoline di marca di Manuel Cohen pubblicato da Marte editrice nel 2010.

(in foto Paolo Volponi)

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