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milenkovic

di Alessandro Seri

E capita anche che in teatro, dall’alto del terzordine di palchi, le persone che hai intorno iniziano a commuoversi, a lacrimare. Ed è un istante intimo e sublime racchiuso nel potere inaspettato di chi potere sembra non averne più, almeno in questo tempo barbaro di video virali ed altalene d’indici volatili. Per cosa piange l’uomo seduto al mio fianco e la ragazza appena a lato? Per un amore finito, per l’ultima disgrazia raccontata dagli schermi, per i pomeriggi da cani che la tivvù generalista inietta nelle vene secche della casalinga di Voghera? E per fortuna no, nulla di “trashendente”; in questa sera vissuta da rifugiati, si piange nella ritualità privata e altissima  promossa dall’ascolto del Concerto per violino e orchestra in re maggiore, l’opera 35 di Cajkovskij

E Macerata è umida e notturna, il Lauro teatro Rossi, inaspettatamente pieno in ogni ordine di età e genere, si esprime in un’insolita e piacente sensazione colta; tenera rivincita sulle serate storte da luce blu d’appartamento, sulle sagre strascicate dell’estate, sui viali tappezzati dalle facce scolorite dei pretendenti al trono di Palazzo Chigi. Tutto è diverso dentro questa bolla azzurra del settecento e ci permette a noi, pubblico col privilegio della pentecoste, di addentrarci da subito nelle note gelide e geometriche di “Snowise, snowhere, snoway. Snowsense”, opera contemporanea del giovane Gasparini (Senigallia, 1975) che a fine esecuzione appare nella sua figura umana a prendersi lo sperimentale d’obbligo riconoscimento in mezzo ai maestri esecutori dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Giampaolo Maria Bisanti.

E qualcosa però si percepisce fin quassù a nove metri e passa d’altitudine che qualcosa sta per accadere, lo senti dall’attesa degli orchestrali, da quel trambusto dell’accordatura attenta, dal brusio del pubblico pagante che si placa uniforme quando sulle tavole nere del palco entra un violino attaccato al mento di Stefan Milenkovich che per noi comuni mortali è solo nome e lo resta soltanto per pochi istanti, fino all’attacco della prima nota quando le corde dello strumento vibrano all’unisono con le nostre e Stefan il mago ci si porta dietro manco fossimo bambini o topi, ci trascina fino ai confini dell’umana sopportazione del bello, certo aiutato da san Cajkovskij che nel suo capolavoro assoluto selvaggio e incandescente del concerto per violino e orchestra scuote l’anima nostra menzognera e rende la vita degna d’essere vissuta. Anche la FORM si adegua alla qualità del genio e si inerpica su per la montagna e lo fa con l’armonia di una parabola ascendente che obbliga allo sgorgare delle lacrime di cui scrivevo sopra.

E giù ad applausi e “Bravò” e sembra che tutto potrebbe finire così, nella mistica del trionfo, ma per grazia del programma si va avanti ad affrontare la seconda parte del concerto e di nuovo siamo tutti sopraffatti dalla musica che si fa personaggio, che stavolta propone un distacco e non una salita. In questa sezione Milenkovich è forse più composto come richiede il brano e la sua natura ma ci dona un’alternanza eroica e sinistra, una dolcezza smagrita, una cerimoniosità marziale e coinvolta. Il paradosso sta che Mozart stavolta cede il passo, per una volta ai miei sensi appare secondo in un secondo mondo, quello celebrato all’interno di questa bolla azzurra di teatro.

E poi arrivano i bis in un crescendo di mani che sbattono e virtuosismi su Bach che certo non poteva mancare all’appello, un diluvio di richieste che obbligano il grandissimo, anche per simpatia, Milenkovich a concedere ben cinque rientri sul palco, ad accennare, suscitando una ilarità rilassata, persino le prime note del povero Mameli, così che ci rimanda a casa con due certezze: ci si può commuovere anche a Macerata in una fredda sera di febbraio, si può farlo a causa della bellezza della musica e della bravura dei suoi esecutori, in questo caso di un violinista che da bambino ha suonato per Reagan, Gorbaciov e Giovanni Paolo II e che oggi sembra perfetto pe ril riconocimento che nel 2003 gli hanno assegnato a Belgrado: Stefan Milenkovich “Most Human Person”

(in foto Stefan Milenkovich)