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6-il-misantropo

di Caterina Morgantini

“Riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano.”
Chiamatelo Alceste, ora e sempre: nel trascorrere delle stagioni, nel rincorrersi delle epoche, l’intransigente e rigido idealista avrà un unico nome a riecheggiare nella silenziosa cupola dello spazio. Chissà poi se Molière, dopo aver creato questo rigido, austero personaggio, subito fu certo della possibilità che la sua creatura gli sarebbe sopravvissuta. Eppure Il misantropo, chiuso nell’abbraccio delle quinte, ha visto alternarsi in platea guerre, carestie, luci ed ombre: fino a ritrovare, in prima fila, uno stolto e stolido presente con cui confrontarsi, in un appuntamento fissato più di quattro secoli fa.
Il luogo dell’incontro, ora, è il Teatro Marchetti di Camerino, bomboniera di oro e stucchi nascosta allo sguardo: in un paese accoccolato tra colline ad un passo dal diventare montagne, mentre un vento gelido taglia l’aria accarezzando cappotti e capelli. Fuori, ancora qualche ritardatario: dentro, sala e palchi al completo, ma non c’è ostentazione, nessun lusso pacchiano, solo il desiderio di esserci, affamati di cultura in un paese perennemente inappetente. Ci siamo, siamo in tanti, e siamo qui per lui: un misantropo, il misantropo, un severo idealista, un fervido credente nell’integrità morale quasi fosse davvero una fede più tenace del vizio che combatte.
I dialoghi, i nomi, ogni elemento è rimasto ancorato al Seicento, tempo barocco in cui lo sfavillio era pendant di arte e letteratura: la scena, però, l’arredamento, con gli specchi opachi, il bancone dei liquori, il pianoforte, le poltrone di velluto rosso, avrebbero senz’altro bene accolto Gatsby, Carraway e tutta la mondanità sfatta di una Long Island annoiata. Ma la modernità di questa commedia in cinque atti (che paiono uno per la fluidità delle battute, per la bravura degli attori e del regista, Antonio Mingarelli) non sta tanto nel contesto, quanto nel contenuto: nel soggetto o trama che dir si voglia, in cui Molière ha voluto mettere sotto la lente d’ingrandimento un altro aspetto della misera natura umana, alle prese qui con il viver civile, o peggio ancora con il bel vivere in una comunità mondana avvezza ad incontri, scambi, favori, pettegolezzi. Lino Musella è Alceste più di quanto l’anagrafe potrebbe permettere, figlio com’è degli anni ’80: colui che vorrebbe stare nel mezzo dell’agorà più civettuola senza abbassarsi ai compromessi, senza dover mai dire “grazie, certamente, servo vostro”. A crucciare Alceste sono i piccoli, grandi compromessi e le orribili falsità: vorrebbe essere spettatore di quella scacchiera su cui vede muoversi dame capricciose e galantuomini corrotti, ma si trova ad essere parte in causa, pedina tra pedine per colpa di quella affascinante perversione che è l’amore. Della peggior specie, poi, visto che l’oggetto della propria passione è una come tante, Celimene, amante della mondanità più che del suo amato, che attrae, respinge e infine abbandona quando Alceste si rifugia in un deserto di emozioni. Non servono e non bastano all’intransigente Alceste le ragioni del suo alter ego, Filinte: immoralità e dissimulazione esistono dacché esiste la Terra, quindi vano, inutile è opporsi alla ragnatele delle convenzioni. Molto meglio adeguarsi, dunque, facendo buon viso al pessimo gioco degli intrighi.
Gli spettatori sono presi, rapiti, come se questa commedia raccontasse il declino della nostra Italia e non quella della corte di Francia: ride, il pubblico, si appassiona a personaggi mai completamente buoni o cattivi, bianchi o neri, ma puro, semplice, ovvio miscuglio di pensieri, desideri, vendette. Tutti, o quasi, sanno già come andrà a finire, eppure pare sia la prima volta: speriamo, in fondo, che Alceste riesca a conquistare Celimene al suo inflessibile stile di vita (perché così vorremmo essere, senza macchia), ma il sensato Filimene che è noi all’infinito riderà di una speranza senza fondamento, di un’ostinazione perfino ridicola, fanciullesca.
Dunque, Molière è morto, viva Molière, che del carattere umano scrisse tanto esattamente senza assurgere al rango di deus ex machina, rimanendo uomo tra gli uomini. E a proposito di uomini, e donne, citiamo per il giusto riconoscimento che meritano tutti i membri della compagnia Vocitinte (Pasquale De Filippo, Alex Cendron, Federica Sandrini, Alice Torriani, Stella Piccioni, Graziano Sirressi, Walter Cerrotta), perché c’è vita, di classe e qualità, oltre i noiosi successi da talent-show.